Israele come metafora o “stile di pensiero” di Eva Illouz

Saggio rappresentativo delle numerose prese di posizione espresse dal 7 ottobre, Généalogie d’une haine vertueuse (Genealogia di un odio virtuoso) di Eva Illouz mette da parte la storia e la politica per lasciare spazio solo a un antagonismo amico-nemico incentrato su Israele. Cancellando la politica israeliana, in particolare a Gaza, e rendendo Israele autonomo dalla Palestina, propone una visione destoricizzata di Israele incentrata esclusivamente sulla questione ebraica, respingendo così ogni critica sulle radici politiche del conflitto.

Nel 1995, in un’intervista sulla poesia, Mahmoud Darwich affronta la questione dell’importanza della Storia, quella che dal 1948 ha intrecciato intimamente e concretamente la vita dei palestinesi, e quindi la sua, con quella degli israeliani[1].

La Palestina come metafora

“Ho scoperto che la terra è fragile e il mare leggero; ho imparato che la lingua e la metafora non bastano a dare un luogo al luogo. (…) Non avendo trovato il mio posto sulla terra, ho cercato di trovarlo nella Storia. E la Storia non può ridursi a una compensazione della geografia perduta. È anche un punto di osservazione delle ombre, di sé e dell’Altro, colti in un percorso umano più complesso”. In queste interviste, quattro delle quali tradotte dall’arabo e una dall’ebraico, Mahmoud Darwich ripercorre il suo itinerario poetico, fornendo al contempo una testimonianza sulle molteplici sfaccettature dell’identità palestinese.


La creazione dello Stato degli uni ha comportato l’esilio degli altri, la Storia, scontro di esili, ne comprende quindi due, inconciliabili: «Lo Stato di Israele è stato fondato metaforicamente sulla negazione dell’esilio ebraico e concretamente sull’esilio palestinese (Nakbah), seguito dalla sua rimozione[2]».

Se questa intervista di trent’anni fa è ancora attuale, è perché Darwich chiarisce come la «grande festa della morte»[3]in corso a Gaza, la distruzione, ulivo dopo ulivo, famiglia dopo famiglia, della Cisgiordania, continui a porre la questione della Storia, a partire dalla sua preclusione e dalla sua negazione. Infatti, questa negazione porta con sé quella della politica e suona qui come un incitamento alla perpetuazione del massacro in Palestina, travestendo il giudaismo da piccolo imperialismo – Libano, Siria.

Questa negazione è, logicamente, al centro delle questioni in gioco nella nòmina del 7 ottobre[4].

A questo proposito, non è un caso che siano così numerosi, o più rumorosi, coloro che affermano che la questione politica principale, nonostante la devastazione in corso a Gaza, sia l’antisemitismo, del solo fallimento morale o addirittura della colpa; anche per la Germania che si è appena costituita all’avanguardia dell’essenzializzazione del nome ebraico, ma questa volta a partire da quello dello Stato di Israele[5]. La nostra ipotesi è che questa polarizzazione sul solo antisemitismo sia, nel caso presente, uno degli effetti della storia israelo-palestinese, a seconda che la si consideri o la si neghi. Qui, “l’assioma di Tucidide” formulato da Jean-Claude Milner è operativo: «la lingua della storia e la lingua della politica sono una sola e stessa lingua[6]. Essendo la lingua della politica anche quella del presente e del reale, non parlarla significa rinunciare al loro pensiero e sbarrare così la strada a ogni possibilità.

In Le 8-octobre. Généalogie d’une haine vertueuse[7], Eva Illouz spiega in modo esemplare questo modo di pensare, tanto è assente il ragionamento in un contesto politico israeliano così presente e reale. La sequenza aperta dal 7-ottobre viene analizzata esclusivamente attraverso il prisma dell’antisemitismo e dello Stato di Israele, mai della sua politica, spazzata via con un colpo di penna perché, ci dice in sostanza, non è questa, in realtà, la questione. Considerato solo dal punto di vista della sua legittimità, lo Stato di Israele viene quindi essenzializzato al punto che rimane una sola alternativa: amico o nemico dello Stato di Israele, e quindi degli ebrei, essendo il nome ebraico qui legato allo Stato, senza altra assegnazione possibile[8]. La gravità degli effetti di questa assenza della politica per il pensiero della sequenza attuale ci ha convinto a tornarci sopra per chiarirli.

Perché, con buona pace degli europei, Israele, dal 1948, in quanto paese e Stato che ha fatto la Storia, ha una sua specificità politica, al di là delle fantasie europee. Inoltre, queste fantasie, all’opera in modo esacerbato da più di un anno, si scontrano costantemente con la storia israeliana senza confondersi con essa. Ne consegue che Israele è uno Stato come gli altri e uno Stato diverso dagli altri, un amalgama di Stato reale e ideale. A questo proposito, Benjamin Netanyahu ha fatto bene a ricordare a Emmanuel Macron che questa storia è iniziata con una guerra vinta da Israele. Tuttavia, e questo è un punto che rimane cruciale ancora oggi, Netanyahu non dice contro chi l’ha vinta, dato che i palestinesi sono stati finora cancellati dalla narrazione politica, nazionale e storica israeliana[9]


In tutto il mondo la democrazia è minacciata da movimenti e ideologie populiste. La paura generalizzata del nemico, la separazione e il disgusto tra differenti gruppi sociali, il risentimento causato da esclusione e discriminazione, oltre a generare un orgoglio nazionale esasperato, sono il combustibile che alimenta e sostiene il populismo autoritario. Le emozioni giocano infatti un ruolo cruciale nella sfera politica, che Eva Illouz indaga a partire da Israele, paradigma dello stile nazionalista e populista che si è esteso a livello globale negli ultimi decenni. Fin dalla sua fondazione, Israele è stato un modello di democrazia securitaria forse senza eguali, basato sull’imperativo «sconfiggere il nemico o essere distrutti». Se l’olocausto ha mutato per sempre l’inconscio ebraico, traumatizzato da un antisemitismo eterno e ineluttabile, «come fosse scritto nell’ordine stesso del mondo», la costante minaccia esistenziale che incombe sulla popolazione ebraica ha portato alla ricorrente violazione della legge in nome della sopravvivenza biologica. È così che Benjamin Netanyahu ha raggiunto l’impresa machiavellica di essere amato grazie alla paura che semina, mescolando il carattere biblico e teologico della storia ebraica con gli intrecci geopolitici del Paese. Solo un nuovo orientamento emotivo, fondato sul sentimento della fraternità, potrà allora contrastare l’estrema destra al potere e preservare quello che resta dell’unica democrazia del Medio Oriente.


Il fatto che la storia sia qui una questione politica che si ripropone nel presente ci aiuta forse a capire perché molti storici israeliani, da oltre un anno, sono in prima linea nella critica alla politica di guerra, colonizzazione e occupazione israeliana; perché sono spesso loro che, nei loro interventi, difendono figure nazionali rinnovate di questo Paese che è il loro – uno Stato binazionale, una confederazione – e questo nella prospettiva di una politica di uguaglianza in grado di porre fine alla sua logica criminale e bellicista. Omer Bartov, Amos Goldberg, Ilan Papé, Shlomo Sand o ancora Lee Mordechai[10] sono alcune di queste figure. Storici dello sterminio degli ebrei, della Palestina, del sionismo, dell’ebraismo, di Israele, non è, come per il Bundestag (che logicamente dovrà censurare le loro opere), la sola «preservazione della vita ebraica» che conta per loro, ma, poiché ne è la condizione, la vita tout court.

È questo il motivo per cui le loro posizioni non hanno l’audience che si vorrebbe? O forse l’Europa, imperiale e intransigente, rifiuta la possibilità di una storia israeliana lontana da sé e dalle sue fantasie? O ancora, forse il modo di pensare della disciplina storica è politicamente troppo scomodo e si preferiscono certe sofisticazioni teorico-retoriche che, contraffacendo la realtà, sono in grado di trasformare il dominato in dominante e viceversa. In ogni caso, per loro, L’uguaglianza o niente[11], la pace, significano la possibilità della sopravvivenza democratica dello Stato di Israele e non la sua negazione.

Ma torniamo a quell’altro storico a modo suo che è Mahmoud Darwich. Il dettaglio con cui identifica le questioni soggettive, sensibili e politiche di questa Storia mi convince a citarlo ampiamente:

«Fin dall’inizio, il nemico e io viviamo una convivenza imposta. Per questo i suoi tratti sono sempre stati umani. Non in senso morale, ma in quanto essere umano, e non figura astratta. Il nemico non è mai stato una semplice idea, ma un corpo, dei tratti, una famiglia e una storia, vera o falsa che sia. Respira l’aria che respiriamo noi, e il nostro antagonismo con lui non è di natura razziale o etnica. È politico e ideologico. Partendo da questo presupposto, suppongo che la pace mi renderà più forte. Nel senso che libererà prima di tutto la mia umanità e mi scagionerà dall’accusa di rifiuto assoluto. Mi darà, sul piano umano, una superiorità sul nemico che, da parte sua, manca di umanità nei miei confronti. Ma non è questo che l’Altro si aspetta da me. Lui si aspetta una pace protocollare. Forse è questo il motivo profondo per cui rifiuta la mia poesia. Finché non opteranno per una coesistenza reale, basata sul riconoscimento reciproco, gli israeliani, che continuano a chiedermi discorsi più “diplomatici”, dovranno aspettare. Perché ho bisogno che si riconosca l’umano in me, in cambio del mio riconoscimento dell’umano nell’Altro. Allora potremo, lui ed io, riconciliarci veramente. Credo tuttavia che una tale riconciliazione sia più difficile per l’Altro, che del resto non la vuole. Il nemico vuole che io viva nell’immagine che ha scelto per me. Ma non mi ci trascinerà. […] Quanto a lasciarlo abitare in me, costruire il mio immaginario, dettare la mia versione delle cose, diventare la mia memoria, è tutta un’altra questione. È abbastanza chiaro che il nemico non si accontenta di uno scontro a distanza con me. Vuole essere me e parlare a mio nome. Potremmo dire, lui ed io, che i nostri due sogni dormono nello stesso letto. Potrei dirlo e pensarlo davvero, ma lui vuole disegnare i contorni del mio sogno senza permettermi di condividere con lui il campo del sogno. […] Possiamo fare concessioni e metterci d’accordo su tutto, tranne che sulla Storia. Possiamo condividere la terra, le finestre dei sogni, la fusione del flauto con il flauto, i miti nati su questa terra, tutto quello che volete. In questo campo sono più avanti del nemico. Considero la Bibbia parte integrante del mio patrimonio, mentre l’Islam non fa parte del suo. Non ho alcun problema a considerarmi il prodotto, il meticcio, di tutto ciò che questa terra palestinese ha detto, di tutto ciò che l’umanità ha detto. Ma lui si rifiuta di fare lo stesso, impedendomi di associarmi alla sua identità culturale e umana. È lui che riduce la propria identità e la rende selettiva. Potremmo essere d’accordo su tutto, tranne che sulla storia, e non esiste una risoluzione internazionale, che io sappia, che ci imponga di essere d’accordo sulla storia. Il problema, in senso culturale profondo, risiede nell’impossibilità di questo compromesso con il nemico. Possiamo normalizzare tutto. E i negoziatori potrebbero riuscire a mettersi d’accordo sul presente e sulla condivisione del futuro. Ma non scenderemo a compromessi sul passato. È già difficile mettersi d’accordo su una storia indiscutibile. Che dire allora di una storia terribilmente controversa? Lasciamo quindi stare la Storia, perché è difficile che possa essere oggetto di un accordo. Inoltre, una tale esigenza rischia di avvelenare qualsiasi trattato di pace[12]».

«Accordarsi su tutto tranne che sulla Storia» quando quella del nemico intende negare la propria[13], ovvero l’esilio e la perdita della «patria personale», il nuovo Stato nato dalla guerra del 1948 che ha portato alla partenza dalla Palestina di circa 750.000 persone, nonché alla distruzione di numerosi villaggi, tra cui quello di Darwich, Birwa, che ha lasciato da bambino per il Libano; tornerà in Palestina nel 1949, in un altro villaggio, molto vicino al precedente. Un’altra data importante, come tutti sanno, è il 1967, data della conquista di Gaza e della Cisgiordania, dell’inasprimento della politica israeliana nei confronti dei palestinesi, di un ampliamento dell’audience della causa palestinese sulla scena internazionale, al punto da costituirsi come uno dei luoghi di cristallizzazione della coscienza politica antimperialista e anticoloniale mondiale, araba e non, per diversi decenni.

Infatti, al di là della fantasia europea, la cosiddetta causa palestinese non ha tratto la sua popolarità solo dall’oppressione o da determinazioni geopolitiche, ma innanzitutto da se stessa, proprio come senza l’ANC (African National Congress) e Mandela, la lotta contro l’apartheid non avrebbe probabilmente avuto l’audience che ha avuto. Sebbene la Causa non esista più da tempo e il nichilismo criminale e strategico di Hamas ne sia la negazione politica, il quadro critico della guerra in corso è in gran parte ereditato dalle lotte anticoloniali del XX secolo.

A questo proposito, i termini della dichiarazione del Nouveau Parti Anticapitaliste (Nuovo Partito Anticapitalista) del 7 ottobre 2023, che affermava il suo «pieno e incondizionato sostegno alla lotta dei palestinesi per la loro emancipazione» e «ai mezzi di lotta che hanno scelto per resistere», non mi sono sembrati tanto un manifesto antisemita quanto una manifestazione lampante dell’impasse politica costituita oggi da un marxismo sclerotico, incapace di cogliere la novità dell’evento. La stampa si è tuttavia guardata bene dal dare risalto alle dichiarazioni successive del NPA, secondo cui «il diritto alla resistenza contro l’oppressione» non «significa sostegno a tutte le azioni intraprese», in particolare in caso di «crimini indiscriminati contro civili, anche in un contesto di guerra ». Il NPA denuncia quindi « le uccisioni orchestrate da Hamas, un’organizzazione di cui non condividiamo né il progetto politico e ideologico, né la strategia, né le modalità di azione come quelle utilizzate il 7 ottobre».

A prescindere dai termini della critica, l’occupazione di Gaza e della Cisgiordania rendono oggi Israele l’ultimo Stato esplicitamente coloniale, poiché soggioga, in modo sempre più brutale, con la forza e il diritto, una popolazione di oltre cinque milioni di persone; rifiutare questa qualificazione dello Stato di Israele equivale a negare la sua storia – le conquiste del 1967 –, la sua politica e i suoi effetti da quella data. La costruzione della barriera di separazione a partire dal 2004, in continuità con il 1967, ha segnato una data importante se si considera l’irrimediabile rottura tra le due storie che essa provoca, con palestinesi e israeliani che ormai non respirano più la stessa aria.

Nessun riguardo qui per il gioco di prestigio che assimila la denuncia di questa occupazione a quella dello Stato stesso in quanto Stato coloniale. Certo, questo tipo di denuncia esiste, ma la questione qui è ben altra, poiché tale argomento permette a chi lo utilizza di rifiutare qualsiasi riflessione sull’occupazione, sia per gli altri che per se stessi, nonostante essa condizioni intimamente l’intera politica israeliana da oltre cinquant’anni[14]. Per questo motivo, e prima che il cosiddetto campo della pace fosse completamente dissanguato in Israele, era possibile affermare che l’unica posizione veramente sionista era il rifiuto dell’occupazione, considerata allora come l’unica vera minaccia che gravava su Israele[15]; il 7 ottobre ne ha dato una tragica dimostrazione.

Eva Illouz non dice che la colonizzazione israeliana non esiste, né che è auspicabile; dice che non è questa la questione e, così facendo, ne nega la portata e gli effetti politici.

La storicità politica della sequenza iniziata nel 1948 è quindi costituita da un insieme di date, fatti, eventi, realtà, attori, il cui riconoscimento, come la loro denominazione, apre per Darwich una serie di questioni così controverse che è preferibile, in una prospettiva di pace, metterli da parte. È per questo motivo che, da oltre un anno, lo Stato di Israele, sulla scia del nichilismo di Hamas, radicalizza la proposta opposta: mettere al centro la propria Storia, come negazione della Storia dell’Altro, in modo da non trovare un accordo su assolutamente nulla? La riattivazione da parte di alcuni ministri o coloni israeliani del tema della Nakba, l’opportunità del suo completamento, indicano, oltre al fatto che Hamas non è l’unico nemico (cosa che tutti sanno da tempo), la posta in gioco della cancellazione della storia palestinese affinché ne rimanga una sola.

Questa volontà di cancellazione non ha nulla di metaforico se si considera, accanto alle decine di migliaia di vite assassinate, tra cui una percentuale incredibile di bambini, la distruzione metodica di Gaza: villaggi, università e musei, cimiteri, porti e monumenti storici, moschee, chiese, università e scuole. Milioni di persone senza un luogo, senza tracce, senza memoria: è così che lo Stato di Israele intende vincere la guerra della Storia? Non più, come diceva Darwich, essere l’Altro, parlare a suo nome, dettargli la sua versione dei fatti, diventare la sua memoria e costruire il suo immaginario, ma cancellare l’Altro cancellando la sua memoria, il suo immaginario e annientandolo fisicamente; e qui vengono in mente le parole di Franco Fortini: «Il popolo della memoria non dovrebbe disprezzare gli altri popoli fino al punto di credere che siano incapaci di ricordare per sempre[16]». Non cancelleranno però tutti i testimoni, perché noi siamo qui.

Questo rifiuto della storia e della politica, la loro cancellazione, sono alla base del ragionamento di Eva Illouz in L’8 ottobre. Genealogia di un odio virtuoso. Ancor più, sono la sua condizione, poiché in questo testo nulla è mai imputabile alla politica israeliana nei confronti dei palestinesi, in particolare a Gaza. Più in generale, Israele e Palestina sembrano essere realtà autonome così separate l’una dall’altra che quest’ultima non trova nemmeno un pallido eco sotto la sua penna.

E a ragione: questa autonomizzazione, che permette di pensare Israele al di fuori della storia e della politica, al di fuori della Palestina, rende possibile una riflessione sugli eventi basata esclusivamente sulla questione ebraica e sull’antisemitismo. Così, l’occupazione e il suo inasprimento, la ferocia del blocco, l’asfissia di una popolazione di oltre due milioni di persone completamente murata dal 2021, le successive operazioni militari, il sinistro «taglio dell’erba» dell’esercito israeliano, tutto questo non ha nulla a che vedere, secondo lei, con il massacro del 7 ottobre o, da allora, con le manifestazioni contro la guerra e la politica israeliana un po’ ovunque nel mondo.

Ma sottrarre la politica dal pensiero dell’evento equivale a negarlo, poiché non avrebbe più alcun legame con esso. La logica di questo ragionamento, come sappiamo, vuole che il 7 ottobre le persone siano state assassinate e rapite, non perché erano cittadini della potenza occupante, ma esclusivamente perché erano ebrei, anche se non tutti lo erano; da qui il termine pogrom utilizzato da Eva Illouz e da molti altri, per la sua forza di negazione della storicità politica presente. Termine improprio perché indifferente al contesto e alla storia, diventa il nome generico dell’uccisione selvaggia degli ebrei, quello della purezza dell’odio antisemita: gli ebrei dell’Ucraina del XIX secolo o di Israele oggi sono considerati comunità ugualmente vulnerabili, e l’esistenza di uno Stato e di un esercito potente, certamente carente il 7 ottobre 2023, non cambia nulla.

Da questa negazione della storia e della politica nasce qui l’affermazione della continuità di un’altra storia, quella della persecuzione antisemita millenaria. L’operazione è temibile perché senza politica non è possibile criticare questa politica e quindi non sono possibili altre politiche. Rimane lo Stato, in quanto Stato ebraico, nei confronti del quale ogni critica è necessariamente di tipo esistenziale e ontologico, quindi antisemita; al nemico concreto, relazionale e politico di Darwich, quello con cui è possibile un’intesa, Eva Illouz oppone il nemico astratto, esistenziale e antisemita al punto che la sola vista di una kefiah o di una bandiera palestinese suona come una promessa della sua negazione e del suo sterminio.


Il 28 aprile 1988, quattro mesi dopo lo scoppio della “Rivoluzione delle pietre” nei territori occupati, il primo ministro israeliano Yitzhak Shamir sale alla tribuna della Knesset per denunciare… una poesia: “L’esatta espressione degli obiettivi perseguiti dalle bande di assassini organizzate sotto la copertura dell’OLP”, dichiara, “è stata appena fornita da uno dei loro poeti, Mahmoud Darwich, sedicente ministro della Cultura dell’OLP, di cui ci si chiede a quale titolo si sia guadagnato la reputazione di moderato… Avrei potuto leggere questa poesia davanti al Parlamento, ma non voglio concedergli l’onore di figurare negli archivi della Knesset. “ La storia di questa poesia, ” Passanti tra parole passeggere “, e del clamore che ha suscitato in Israele e nella diaspora deve essere collocata nel contesto dei complessi rapporti psicologici esistenti tra lo Stato ebraico e il popolo palestinese. Il libro che presentiamo comprende, oltre alla poesia stessa e a due commenti scritti da Mahmoud Darwich, tre contributi di autori ebrei israeliani: Simone Bitton ripercorre la storia dell’evento e le sue origini lontane; Mati Peled si cimenta in un’esegesi linguistica del poema; Ouri Avnéri, invece, mostra come questa vicenda sia anche un esempio dell’arroganza che tanti sedicenti liberali israeliani dimostrano nei confronti dei palestinesi.


Questa lettura essenzializzata della sequenza iniziata il 7 ottobre a partire dalla sola questione ebraica opera logicamente una sorta di «naufragio della storicità»[17], attraverso lo spiegamento di una macchina da guerra retorica che tiene a distanza, con la morale come argomento, la realtà politica, a vantaggio di una riorganizzazione interpretativa che dovrebbe definire i nuovi contorni dell’antisemitismo[18]. Somma di affermazioni false, approssimazioni, calunnie, questa riorganizzazione inquietante si preoccupa della verità, o meglio, si preoccupa concretamente delle manifestazioni antisemite attuali e future.

L’8 ottobre. Genealogia di un odio virtuoso intende ribadire la tesi ripetuta ad nauseam sull’antisemitismo della «sinistra globale»[19] – ovvero, grosso modo, tutto ciò che non si colloca a destra di François Hollande – cercando di identificarne le origini intellettuali, ovvero il «modo di pensare» derivato dalla French Theory[20]. Ultima versione del wokismo, questo antisemitismo si sarebbe diffuso in tutta la sinistra sotto la forma virtuosa dell’antisionismo: «Versione intellettualmente più rispettabile dell’antisemitismo», si presenta come «un’ideologia virtuosa» che, grazie al «comfort cognitivo e identitario» che offre, si afferma come l’«unica virtù in grado di riunire coloro che hanno tutto decostruito». Distinte dall’antisemitismo esplicito della destra, le sue affermazioni non prendono più di mira apertamente gli ebrei, ma Israele, essendo la critica alla politica solo un pretesto. Infatti, di tipo trascendentale, questo antisionismo disprezzerebbe la politica: indifferente alle «azioni concrete dello Stato di Israele» o alle «politiche del suo governo», potrebbe benissimo esistere senza Israele, «senza Sion e persino senza sionismo».

Secondo questa logica, ciò che aggrega critiche e manifestazioni nel mondo occidentale non sono mai le bombe che piovono incessantemente su una popolazione prigioniera, ma un odio dissimulato nei confronti degli ebrei, mascherato, dietro quello di Israele[21]. Quando Eva Illouz menziona la politica israeliana, non lo fa in riferimento ai kibbutz decimati, al festival Nova o alle decine di migliaia di morti palestinesi, ma per fingere di riconoscere il «ruolo svolto da Israele nella negatività che la politica del suo governo può suscitare[22]. Fingere perché «questo non spiega tutto» o, in realtà, non spiega nulla, se si considera, come fa lei, con l’aiuto dell’aritmetica, il numero di morti e di violenze commesse da Stati ben più criminali di Israele e che non commuovono nessuno (Congo, Cina).

Questa aritmetica nega tuttavia la singolarità di questo Paese che è stato, in modo ricorrente, al crocevia delle storie europee e arabe (1945, 1947, 1948, 1956, 1967, 1973, 1982, 1993[23], ecc.) – e che è nientemeno che il centro spirituale dei tre monoteismi. Ciò che Eva Illouz ci dice in sostanza, vent’anni dopo Jean-Claude Milner, è che è ingenuo pensare che ciò che è in discussione nella critica a Israele sia la sua politica: « Il buon europeo condanna Israele e crede che si tratti di condannare la politica di un piccolo Stato, recente e forse effimero[24]».

Accumulando uno dopo l’altro tutti i luoghi comuni anti-woke esistenti, il saggio intende dimostrare che ciò che oggi si afferma a sinistra come progressista è in realtà una morale antisemita che fa di Israele una figura del «male radicale». Si capisce qui perché, per raggiungere i suoi fini retorici, Eva Illouz squalifica, criminalizzandolo, il motore primo del pensiero della situazione, ovvero la politica israeliana: ogni punto di riferimento per pensare il reale viene immediatamente sottratto – per quanto straordinario possa sembrare, la guerra in corso non viene mai menzionata – e si scivola sul ragionamento come sul ghiaccio; rimane solo l’antisemitismo di nuova generazione, dal quale non ci si può nemmeno esentare poiché non è esplicito. Inoltre, in un testo bloccato da un dispositivo argomentativo morale ed essenzialista, è vano obiettare con i fatti o con la complessità della realtà, poiché esso ne è completamente distaccato; l’obiezione rimanderà indefinitamente il critico alle corde della propria disumanità, della sua mancanza di dignità morale e, naturalmente, del suo antisemitismo.

 

Ma come identificare questo antisemitismo onnipresente se non viene mai dichiarato come tale? Come già detto, attraverso la morale e la falsificazione, la seconda a sostegno della prima. Il saggio si apre infatti con un’affermazione semplicemente falsa e offensiva – che offende me, i miei amici e tutti coloro che, per i loro principi e la loro dignità morale, potrebbero diventarlo – che la forza dell’affermazione, mescolando terrore e sensibilità morale, intende far passare per vera: di fronte al «pogrom» e al «massacro degli ebrei», tutta la sinistra sarebbe stata insensibile, li avrebbe negati o li avrebbe celebrati come «atti di resistenza», al punto da creare un inedito «regime festivo del crimine contro l’umanità». L’espressione di questo «giubilo morboso all’annuncio del massacro» da parte della sinistra indicava, secondo lei, la condivisione delle «intenzioni genocidarie» di Hamas. Tutti i progressisti avrebbero quindi «abbandonato, ignorato, stigmatizzato gli ebrei scioccati e in lutto» in nome di «una colpa primordiale»: il colonialismo israeliano. Ripetuto, amplificato e diffuso, questo postulato finisce per acquisire lo status di fatto; pazienza per la verità, anche se i pochi tweet, dichiarazioni, frasi ad effetto e altri sondaggi approssimativi che lei cita non lo smentiscono.

Che la gioia, criminale e antisemita, sia parte integrante degli omicidi di massa, l’abbiamo già imparato dall’11 settembre, da Charlie, dall’Hyper Cacher e dal Bataclan. Oggi sono soprattutto i video di soldati israeliani ubriachi di gioia per il crimine, la vendetta e l’umiliazione, o quelli di israeliani che celebrano l’attacco dei beeper che ha colpito numerosi civili, tra cui bambini e anziani, a perpetuare questo insegnamento. Per quanto riguarda la crudeltà, difficile trovare immagini più spietate, persino sadiche, di quelle dei coloni che bloccano gli aiuti umanitari all’ingresso di Gaza sotto lo sguardo passivo dell’esercito – ma a volte allontanati da altri israeliani quando, altrove, è un’associazione di rabbini che interviene in Cisgiordania per proteggere la popolazione palestinese dai coloni.

Proprio mentre Eva Illouz pone la compassione al centro del suo saggio, dicendoci che «è universale, istintiva e involontaria», che convoca Rousseau, citandolo in modo troncato[25], Schopenhauer e Darwin per affermare che essa specifica la nostra umanità, e per quanto possa sembrare sorprendente, non dice una parola su questo, né menziona ciò che il quotidiano israeliano Haaretz denuncia da più di un anno: il divieto di esprimere pubblicamente qualsiasi forma di pietà, dolore o compassione per i palestinesi. L’universalità della compassione viene così tagliata in due e «l’enigma morale» rimane intatto, se lo si segue, per gli israeliani. La morale non fa altro che operare una divisione all’interno dell’umanità, permettendole di designare coloro che ne sarebbero privi. Inoltre, essendo stato pubblicato un anno dopo l’inizio della guerra, il testo non menziona mai le azioni dell’esercito israeliano. L’autonomia di Israele e della Palestina divide qui almeno in due il postulato dell’universalità della compassione.

Il testo intende quindi essenzialmente chiarire questo «enigma morale» che rappresenta ai suoi occhi l’assenza di compassione della sinistra di fronte a un «crimine contro l’umanità ». Inutile dire che pensare al 7 ottobre alla luce delle sue condizioni di possibilità politica, evocarlo, annienta qui la disposizione compassionevole dell’uomo e va «contro natura», poiché tale evocazione attribuirebbe alle vittime la responsabilità del loro massacro (la «colpa primordiale» del colonialismo) e, quindi, lo giustificherebbe. Più in generale, ragionare in termini di politica e storia equivale a negare o minimizzare il massacro negandone la dimensione esclusivamente antisemita. L’impasse intellettuale è vertiginosa, pari alla destoricizzazione del pensiero, soprattutto se si considera che queste condizioni di possibilità hanno contribuito a rendere possibile questo massacro, così come renderanno possibili quelli ancora più abbietti che verranno.

Ciò che Eva Illouz ci dice in sostanza è che, in realtà, per la sinistra che lo critica, Israele non esiste.

Il colpevole di questa snaturazione morale, politica e intellettuale risiede, secondo Eva Illouz, nella gioventù proveniente dalle scienze umane e formata dalla French Theory, considerata qui come « terreno cognitivo propizio» all’elaborazione di «strumenti di legittimazione di un antisemitismo più diretto». Così, per la sinistra mondiale, non è affatto la situazione a Gaza o la politica israeliana ad essere al centro delle critiche, ma «il fatto stesso che Israele esista». Questo «odio ontologico» è stato reso possibile, secondo lei, dallo «stile di pensiero» della Teoria in quanto costituisce «un modo di designare e nominare i problemi, nonché un certo modo di affrontarli».

Ora, ciò che stupisce leggendo gli sviluppi di Eva Illouz è che il suo «modo di pensare» gli eventi corrisponde quasi punto per punto alle critiche che lei rivolge alla Teoria in quanto «retorica […] radicalmente antiriferimentale, che riduce la realtà a un insieme di tropi »[26] e che, in definitiva, fa di Israele una metafora: proiezione di una metafora negativa quando si tratta della sinistra progressista, metafora positiva nel suo caso. In entrambi i casi, l’operazione è la stessa: destituire «il reale stesso» come «punto di riferimento». Perché i fondamenti epistemologici della Teoria che critica sono esattamente quelli che lei stessa mette in atto: cancellazione del mondo empirico e della sua complessità, invisibilità di tutti i suoi agenti reali, rivelazione di ciò che si presenta solo mascherato, assenza del «caos della storia », assenza di prove, disprezzo per le affermazioni, evitamento «delle contraddizioni, dei dettagli, della complessità» al fine di plasmare una nuova economia narrativa e morale coerente fondata su una denuncia impossibile da confutare poiché eminentemente virtuosa – qui l’antisemitismo.

Lo «stile di pensiero» di Eva Illouz la rende, nella forma, una pensatrice decoloniale come le altre. Logica dell’approccio se si considera che per lei nulla nella sequenza iniziata il 7 ottobre, né in ciò che l’ha preceduta, è imputabile alla realtà della politica israeliana o alla storia tra le società e i popoli palestinese e israeliano. Ma nulla è nulla, né per lei né per nessun altro. Ancor più, la condizione per sostenere la tesi del totale ribaltamento antisemita della sinistra, indipendentemente dalle sue dichiarazioni[27] e dalla politica israeliana effettiva, non può che avere come gesto inaugurale quello che lei critica nei seguaci della Theory: la cessazione di un «dialogo con il mondo empirico» per non poter essere confutati.

Ciò che Eva Illouz ci dice in sostanza è che, in realtà, per la sinistra che lo critica, Israele non esiste. Le stesse fondamenta della sua soggettività critica, sia teoriche (la French Theory) che politiche (il pensiero decoloniale), lo hanno derealizzato al punto da renderlo «una mitologia». Qui l’oppressione, il dominio e il colonialismo sono solo finzioni interne alla Teoria e non alla realtà, in questo caso israeliana. Più precisamente, sono concetti astratti e invisibili che mirano a riconfigurare la realtà, una volta dichiarata superata la sua precedente versione marxista (rapporti di produzione e di classe, macchine, contratti, moneta). Del marxismo, ci dice Eva Illouz, la Teoria conserva solo la denuncia del potere ormai astratto e senza agenti (disciplina, sorveglianza, orientalismo).

Infatti, che si tratti di Israele o della teoria, la tesi è che il potere o il dominio derivano ormai da strutture di oppressione invisibili che, poiché prive di agenti fissi e dichiarati, devono essere identificate e denunciate come tali. Esemplare secondo Eva Illouz della rifondazione cognitiva, intellettuale e politica di questa nuova realtà, il pensiero decoloniale si costituisce proprio una volta superata l’era del colonialismo storico; modellato sul decolonialismo, l’antisionismo attuale non ha quindi alcun bisogno di Israele per prendere corpo, e il colonialismo israeliano che denuncia non è in realtà che una finzione. Autonomo da ogni realtà, reinventato dal decolonialismo che vede la colonizzazione ovunque, e soprattutto dove non c’è, Israele sarebbe diventato «un concetto» a cui la Teoria ha sottoposto una tale rielaborazione semantica da permetterne una «riformulazione». Israele ha quindi lo status di «catacresi», poiché il termine non designa la realtà del Paese, ma una realtà ricostruita dall’interno della Teoria. Essa vede in questo uno dei «più spettacolari stravolgimenti retorici della storia contemporanea».

Per tutti questi motivi, Israele, ai suoi occhi, è semplicemente il miglior candidato per il pensiero decoloniale, colui che, nel gioco del potere mascherato e da denunciare, si aggiudica il primo premio: un puro «vettore concettuale e culturale che permette di articolare processi disparati» – colonialismo, capitalismo, bianchezza, occidente, cambiamento climatico, minoranze razzializzate oppresse – dall’interno di una matrice antioccidentale. L’azione condotta da Hamas contro questa figura del male che sarebbe Israele si presenta quindi come un risultato, se non un traguardo, da cui l’assenza di compassione e le manifestazioni di gioia della sinistra. Quanto alla guerra, irriducibile a qualsiasi metaforizzazione, essa non entra mai, come ho detto, nel ragionamento dell’autrice.

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Ipotizziamo che, una volta annientata la realtà, le conseguenze morali dell’occupazione israeliana diventino più lievi; i crimini non hanno nemmeno bisogno di essere assolti, poiché non esistono più. È forse qui che risiede la violenza di questo testo e la sua indegnità. Intendiamoci bene: Eva Illouz non dice che la colonizzazione israeliana non esiste, né che è auspicabile; dice che non è questo il punto e, così facendo, ne nega la portata e gli effetti politici. Lo stesso vale per Hamas: contano solo le sue intenzioni genocidarie nei confronti degli ebrei. Al di fuori della politica, al di fuori della storia, Hamas è qui solo il coscienzioso erede di Hitler, un prodotto, dice, della nazificazione ignorata del Medio Oriente. Che siano 2000 con i fucili per commettere un genocidio, che la carta del 2017 riconosca tra le righe i confini del 1967[28], che siano instancabili negoziatori, come tutto dimostra, dall’alleanza Netanyahu-Hamas passando per il Qatar fino alle macabre trattative sugli ostaggi, niente della realtà qui ha importanza. Lo stesso vale per la realtà dell’antisemitismo – e non della sua strumentalizzazione – su cui la guerra attuale e la sua retorica soffiano come su braci ardenti.

Saggio in forma di stato di guerra retorico e intellettuale in cui si contrappongono innanzitutto modi di pensare, saggio rappresentativo di numerose prese di posizione dal 7 ottobre, il suo rifiuto della politica e della storia lascia spazio a un antagonismo amico-nemico attorno alla figura essenzializzata dell’unico Stato di Israele. Qualsiasi critica a quest’ultimo, qualunque sia la sua formulazione, non può quindi che essere di tipo ontologico e antisemita, una minaccia esistenziale per lo Stato di Israele e quindi, in questo caso, per gli ebrei[29].

È così che Judith Butler e Andréas Malm, le cui opinioni sul 7 ottobre erano tuttavia antitetiche, si ritrovano assimilati l’uno all’altro, dalla parte dei nemici[30]. Ciò che la scomparsa della politica porta con sé è il campo condiviso del suo pensiero, uno spazio riflessivo in grado di accogliere le tesi più contraddittorie, uno spazio in cui ancora pochi anni fa il sionismo e l’antisionismo erano posizioni politiche e non esistenziali. La sua chiusura, che esclude ogni possibilità politica, lascia spazio solo alla guerra.

L’impossibilità di un compromesso tra la storia israeliana e quella palestinese non porta necessariamente Darwich a un vicolo cieco, se le parti in causa sono in grado di concordare i termini di un’altra storia. Quest’ultima non sarebbe il risultato delle altre due, perché avrebbe come base il presente e come prospettiva il futuro. I termini fondamentali di questo accordo sono tuttavia invariabili: la coesistenza reale che solo il riconoscimento reciproco potrà garantire. Oggi sembra probabile che se Israele non riprenderà il filo della storia e della politica, la minaccia esistenziale che graverà su di esso sarà interna prima che esterna. Terre incatenate, le rovine della Palestina potrebbero diventare le sue. Per la gioia di coloro che desiderano sinceramente e ardentemente la distruzione di questo piccolo Stato.

Note

[1] Mahmoud Darwich, La Palestina come metafora, interviste tradotte dall’arabo da Elias Sanbar e dall’ebraico da Simone Bitton, Arles, Actes Sud, 2002.

[2] E l’autore continua: «Il superamento di questa doppia aporia può avvenire attraverso un doppio riconoscimento: quello dell’importanza decisiva dell’esilio nella storia ebraica e quello della responsabilità israeliana nell’esilio palestinese». Carlo Ginzburg, «Prefazione», in: Amnon Raz-Krakotzkin, Esilio e sovranità, ebraismo, sionismo e pensiero binazionale, Parigi, La fabrique éditions, 2007, p. 8.

[3] Parole della poetessa e romanziera Heba Abu Nada, 32 anni, autrice del romanzo L’ossigeno non è per i morti(2017). Sono state scritte due giorni prima della sua morte, avvenuta il 20 ottobre 2023 durante i bombardamenti israeliani a Khan Yunis, Gaza.

[4] Sul 7 ottobre, la sua qualificazione, il carattere bifronte della trappola tesa da Hamas, o ancora la guerra, rimando all’articolo « Fare data in modo diverso. “È politico togliere all’odio la sua eternità”» (Lundimatin, 26 novembre 2023) e all’intervista « Se la guerra è senza scopo, è necessariamente senza fine » (Mediapart, 20 marzo 2024).

[5] Sulla risoluzione votata dal Bundestag «Mai più, è ora! Proteggere, preservare e rafforzare la vita ebraica in Germania», che censura qualsiasi critica nei confronti di Israele, rimandiamo all’eccellente articolo dello storico tedesco Thomas Serrier, « Malaise dans la culture mémorielle allemande », AOC media, 5 dicembre 2024. Questa risoluzione, accolta a braccia aperte dall’estrema destra tedesca, identifica un solo tipo di antisemitismo. Si tratta di quello «dell’immigrazione dai paesi del Nord Africa e del Vicino e Medio Oriente, paesi in cui l’antisemitismo e l’odio verso Israele sono ampiamente diffusi, in particolare a causa dell’indottrinamento islamico e anti-israeliano da parte dello Stato.» Ipotizziamo qui che le estreme destre europee, prima di essere amiche degli ebrei, siano quelle di Israele. (La Germania non dovrebbe mai più pronunciare il nome ebraico, e d’ora in poi nemmeno quello musulmano).

[6] In Les penchants criminels de l’Europe démocratique (Verdier, 2003), Jean-Claude Milner scrive, a pagina 99, a proposito degli ebrei e di Israele oggi: «Qui mi interessa solo la fantasia europea» – ovvero il programma del suo libro. In tutta logica, e nonostante affermi il contrario, ciò che egli chiama «l’assioma di Tucidide» non è applicabile a Israele; secondo lui, senza altra Storia che quella dell’Europa, lo Stato di Israele non ne ha una propria. Eppure: «In Tucidide e nel modello da lui stabilito – es aei, per sempre, secondo i suoi termini – , il momento presente è effettivamente politico. Reciprocamente, la politica è nel presente. Che la storia parli di un passato non separato dal presente, per quanto lontano, implica che essa sia immediatamente politica. Si arriva a quello che chiamerò l’assioma di Tucidide: il linguaggio della storia e il linguaggio della politica sono un unico e medesimo linguaggio.» (pagina 29) Si noti inoltre che coloro che fanno di Israele una questione europea spesso invitano, non senza ironia, a non importare il conflitto.

[7] Eva Illouz, Le 8-octobre. Généalogie d’une haine vertueuse, Tract Gallimard, ottobre 2024.

[8] L’operazione che lega il nome ebraico allo Stato di Israele in modo tale da escluderlo da qualsiasi altra attribuzione è formulata in modo decisivo in Les penchants criminels de l’Europe démocratique. Bréviaire d’une certaine pensée du judaïsme, d’Israël et de la question juive aujourd’hui (Le tendenze criminali dell’Europa democratica. Breviario di un certo pensiero sul giudaismo, Israele e la questione ebraica oggi), legare il nome ebraico allo Stato è una delle sue operazioni principali. Infatti, per Milner, affermare la separazione tra i nomi ebraico e israeliano è un’ipocrisia: «I benpensanti diranno a gran voce che i due problemi non hanno nulla a che vedere, perché il nome ebraico e il nome israeliano non hanno nulla a che vedere» (pagina 98). Questa tesi ha dato origine a una nuova figura, quella dell’«ebreo della negazione». Rifiutando l’esclusività di questa assegnazione, critico dello Stato di Israele in nome del suo progressismo, l’«ebreo della negazione» è per Milner il vero nemico, quello interno, oggetto di tutti gli anatemi (rancore della rinnegazione?): «Alcuni spingono l’ascetismo fino al punto di affermare di non provare alcuna simpatia per coloro che al di fuori di loro sono definiti ebrei, nemmeno una vaga solidarietà con coloro che, perché definiti ebrei, sono perseguitati o minacciati di morte o uccisi. Insomma, ci sono ebrei progressisti; sono molto ammirati. Chiamiamoli ebrei della negazione.» (pagina 108). Poco più avanti, egli attribuisce loro un « linguaggio infantile » dietro il quale nascondono il proprio antigiudaismo: « Il linguaggio infantile cambia a seconda delle mode, ma nasconde sempre, in modo più o meno trasparente, l’insegnamento che la parola ebreo è una parola sporca. A volte accade il peggio e la negazione in nome della più povera universalità si ribalta nell’affermazione di un privilegio ancora più povero: essere ebreo significa avere il diritto di essere antiebreo impunemente. » (pagina 119) In un articolo pubblicato nel 2006 su Les temps modernes e interamente dedicato a loro, Milner scrive che l’ebreo della negazione è colui che dice: « Sì ai palestinesi, sì indefinitamente e senza limiti. Sì alle caricature antiebraiche, sì ai Protocolli dei Savi di Sion, sì agli attentati suicidi. […] qualunque cosa accada, l’ebreo della negazione non verserà una lacrima davanti a una vittima ebrea dopo l’8 maggio 1945». A meno che non si voglia attribuire loro un «linguaggio infantile», per arrivare a questo punto è stato probabilmente necessario che un’intera generazione, quella che ha conosciuto da vicino l’era delle persecuzioni (Imre Kertész, Marek Edelman, Primo Levi, Edgar Hilsenrath o Franco Fortini) si estinguesse e, con essa, i portatori di una tradizione ebraica antisionista antica quanto il sionismo, una tradizione diasporica, politica e talmudica, o ancora che la ricchezza della diaspora si esaurisse al punto che l’ebraismo non fosse più portatore di alcun universale.

[9] Quale nome e quale status per il popolo allora fisicamente presente: palestinesi? Arabi? «Non-popolo» di individui sparsi? O come la storia e la politica israeliane, da Golda Meir (1969) a Bezalel Smotrich (marzo 2023), negando l’esistenza di un popolo palestinese, rimangono ossessionate dall’«argomento dei sionisti liberali»: «Una terra senza popolo [la Palestina] per un popolo senza terra [gli ebrei]». Su questo punto, cfr. Carlo Ginzburg, «La latitudine, gli schiavi, la Bibbia», in: La lettre tue, Parigi, Verdier, 2024, in particolare pp. 25-26.

[10] Lee Mordechai, professore di storia all’Università Ebraica di Gerusalemme, documenta le azioni dell’esercito israeliano a Gaza dall’inizio della guerra. Le sue osservazioni sono disponibili su un sito web e raccolte in un rapporto.

[11] Edward Saïd, Israël/Palestine: L’égalité ou rien, Parigi, La fabrique éditions, 1999.

[12] La Palestine comme métaphore, op.cit., pp. 31-34.

[13] « Che dire dell’immagine del nemico? Fin dall’inizio è stata umana. Multipla e variegata. Non esiste per me una versione definitiva dell’Altro. Chi mi ha educato era ebreo, chi mi ha perseguitato lo era anche lui. La donna che mi ha amato era ebrea. Anche quella che mi ha odiato. », Ibid., p. 14.

[14] Sul legame intrinseco tra politica israeliana e occupazione, rimando alle parole di Omer Bartov in «Chronique d’une radicalisation. Ce que l’occupation fait à Israël », Revue Conditions, 7 novembre 2024.

[15] Ronit Chacham, Rompre les rangs. Être Refuznik dans l’armée israélienne, Parigi, Fayard, 2003, p. 196.

[16] Franco Lattès Fortini, «Lettera agli ebrei italiani», Il Manifesto, 24 maggio 1989.

[17] Karl Mannheim, Ideologia e utopia, Paris, MSH Éditions, 2006, p. 113.

[18] Sul rapporto tra retorica e Storia: Carlo Ginzburg, Rapports de force. Histoire, rhétorique, preuve, Paris, Hautes Études, EHESS/Gallimard/Seuil, 2003, pp. 13-42.

[19] La «sinistra globale – identitaria, consapevole, decoloniale o progressista». Tutte le citazioni non referenziate che seguono sono tratte dal saggio di Eva Illouz. Avendo lavorato sulla versione elettronica del testo, non ha senso riportare i riferimenti alle pagine.

[20] Citando, per la French Theory, solo Jacques Derrida, era lecito aspettarsi da Eva Illouz una spiegazione più approfondita di come quest’ultimo, che spesso evocava la propria ebraicità, sia diventato il primo artefice teorico di un pensiero antisemita di sinistra.

[21] Che uno Stato sia disprezzato dall’opinione pubblica mondiale a causa della sua politica non è, dalla seconda metà del XX secolo, un fatto inedito: è stato il caso degli Stati Uniti durante la guerra del Vietnam o del Sudafrica ai tempi dell’apartheid. La rapida evoluzione della guerra israeliana, in linea con la sua politica nei confronti dei territori occupati, non lasciava dubbi sul odio che lo Stato avrebbe suscitato.

[22] «Senza dubbio, l’occupazione, la violazione dei diritti umani nei territori occupati, l’arrogante presunzione di Netanyahu e il ripetuto ricorso all’antisemitismo per mettere a tacere le critiche a Israele non sono estranei all’ostilità verso questo Paese, all’allontanamento della sua popolazione, all’attribuzione della forza e della colpa. Non vorrei in alcun modo trasformare il fallimento dell’analisi di una certa sinistra in una negazione deliberata del ruolo svolto da Israele nella negatività che la politica del suo governo può suscitare. Ma questo non spiega tutto». L’8 ottobre. Genealogia di un odio virtuoso, op.cit.

[23] In ordine cronologico: sei milioni di ebrei vengono assassinati in Europa, piano di spartizione della Palestina, prima guerra arabo-israeliana, poi le guerre del Canale di Suez, dei Sei Giorni, del Kippur, del Libano e, infine, gli accordi di Oslo firmati sotto l’egida degli Stati Uniti.

[24] Les penchants criminels de l’Europe démocratique, op.cit., p. 100.

[25] Per Rousseau, la pietà non è un tratto immutabile della natura umana, una qualità morale invariabile che priva di umanità coloro che non la provano. È una soggettivazione che dipende dal grado di identificazione tra chi soffre e chi vede la sofferenza. Questa identificazione, potente allo stato naturale nell’«uomo selvaggio», si affievolisce per Rousseau allo «stato di ragionamento», al punto da poter scomparire e l’uomo diventare spietato. Jean-Jacques Rousseau, «Discorso sull’origine e i fondamenti dell’ineguaglianza tra gli uomini», Opere complete III, La Pléiade, Parigi, Gallimard, 1979, p. 156.

[26] Rapports de force. Histoire, rhétorique, preuve, op.cit., p. 27.

[27] Alcuni invocano esplicitamente la morte degli ebrei come pura e semplice distruzione di Israele. Poiché tali affermazioni non costituiscono elementi costitutivi delle mobilitazioni, è proprio l’antisemitismo contenuto nelle altre che Eva Illouz intende smascherare.

[28] Articolo 20 della Carta di Hamas del 2017: «Hamas ritiene che nessuna parte della terra di Palestina debba essere oggetto di compromessi o concessioni, indipendentemente dalle ragioni, dalle circostanze e dalle pressioni, e indipendentemente dalla durata dell’occupazione. Hamas rifiuta qualsiasi alternativa alla liberazione completa e totale della Palestina, dal fiume al mare. Tuttavia, senza tornare sulla sua opposizione all’entità sionista e senza rinunciare ad alcun diritto palestinese, Hamas considera la creazione di uno Stato palestinese pienamente sovrano e indipendente, con Gerusalemme come capitale, entro i confini del 4 giugno 1967, con il ritorno dei rifugiati e degli sfollati nelle case da cui sono stati espulsi, come una formula di consenso nazionale. Per un’analisi degli sviluppi politici e strategici di Hamas: Leila Seurat, «Le Hamas revendique désormais le leadership du mouvement palestinien» (Hamas rivendica ora la leadership del movimento palestinese), Le Monde diplomatique, gennaio 2024.

[29] Sebbene Israele sia una minaccia esistenziale per altri, dalla Palestina al Libano, sebbene sia lui ad essere accusato di genocidio, sebbene non si distruggano gli Stati, o ancora, sebbene la situazione geopolitica non gli sia mai stata così favorevole (gli accordi di Abraham) prima del 7 ottobre, è lui che, in questa retorica, si trova minacciato nella sua esistenza.

[30] Il trattamento che Eva Illouz riserva alle parole di Judith Butler è sintomatico del saggio: una frase estrapolata da due ore di intervento e senza alcuna considerazione per le sue posizioni inequivocabili subito dopo il 7 ottobre: «Condanno le violenze commesse da Hamas, le condanno senza riserve. Hamas ha commesso un massacro terrificante e rivoltante. Alcuni gruppi utilizzano la storia della violenza israeliana nella regione per scagionare Hamas, ma per farlo ricorrono a una forma corrotta di ragionamento morale. […] Ma quando i Gruppi di Solidarietà con la Palestina di Harvard pubblicano una dichiarazione in cui affermano che “il regime di apartheid è l’unico responsabile” degli attacchi mortali di Hamas contro obiettivi israeliani, commettono un errore e sono in errore. Hanno torto ad attribuire in questo modo la responsabilità, e nulla può scagionare Hamas dalle atrocità che ha commesso. D’altra parte, hanno certamente ragione a ricordare la storia delle violenze». Queste posizioni non la esentano da quella che Eva Illouz identifica come «antipatia» nei confronti delle vittime del 7 ottobre. È questa «antipatia» che la accomuna ad Andreas Malm, il quale ha dichiarato di consumare i video del massacro dei kibbutz «come una droga. Me li inietto nelle vene». Peccato per «la sfumatura, la complessità, la verità» che Eva Illouz deplora incessantemente nei suoi avversari.

Autrice: Catherine Hass è Dottoressa in antropologia all’Università Paris 8 Vincennes di Saint-Denis, ricercatrice associata al LIER-FYT (EHESS) e docente alle Sciences Po Paris. È autrice del saggio Aujourd’hui la guerre (Fayard, 2019) e, più recentemente, di République et châtiment (AOC, 2021) e L’offense (éditions nous, 2023).

Fonte: AOCMedia


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