Michel Foucault, critico radicale dell’URSS

 

Contro i marxisti, Michel Foucault ha sempre combattuto l’idea che gli eccessi dell’URSS fossero causati da una cattiva lettura dell’opera di Marx. Ha sempre rifiutato di parlare del socialismo se non come realtà dei paesi sovietici. Condannò la ripresa dei suoi lavori sulla reclusione, lasciando intendere che il gulag fosse una prigione come le altre. Una panoramica delle relazioni tra il filosofo e l’URSS.


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L’URSS ha avuto un ruolo strategico nell’opera di Michel Foucault, sproporzionato rispetto ai testi a lui dedicati[1]. Si è distinto da alcune posizioni che, partendo dalla sua analisi della democrazia e dalla sua teorizzazione della reclusione, vorrebbero fare dell’URSS una società dello stesso tipo dei regimi politici occidentali: il gulag non è la prigione in Inghilterra o in Francia[2].

Nel corso “Bisogna difendere la società” (1976), Foucault ha teorizzato la vicinanza concettuale tra nazismo e stalinismo a partire dalla sua riflessione sulla “guerra delle due razze”. Il modello della «sorveglianza» e della «guerra di classe/razza», che mescola la teoria della lotta di classe e dell’igiene sociale, è stato messo in atto fin dai primi anni del regime sovietico, nato dal colpo di Stato organizzato dai bolscevichi nell’ottobre 1917 a San Pietroburgo. La dittatura del partito-Stato di Lenin, Trotsky e Stalin hanno instaurato dispositivi coercitivi, tra cui i campi di concentramento[3].

Facciamo, ad esempio, un breve ritratto di Maria Spiridonova, che raggiunse la notorietà all’indomani della rivoluzione del 1905. A ventidue anni, sparò con una pistola contro un importante sostenitore della repressione del regime zarista. La sua condanna fu la pena di morte. Ma, dopo una campagna di opinione, fu rinchiusa in un bagno marino fino alla rivoluzione del febbraio 1917, quando riottenne la libertà. Apparteneva al Partito Socialista Rivoluzionario di Sinistra e, in questa veste, partecipò al Congresso dei Soviet nel luglio 1918; in quello stesso congresso, Lenin usò il termine «isteria» nei suoi confronti.

È costantemente e risolutamente in opposizione ai bolscevichi: nel febbraio 1919, il tribunale rivoluzionario di Mosca la condanna alla reclusione in un ”centro di cura“ sostenendo che si trova in un presunto stato di malattia e “isteria”[4]. In seguito, Maria Spiridonova viene sballottata in varie istituzioni repressive dell’URSS. Viene fucilata, come molti altri, nel massacro della prigione di Orel da parte del Commissariato del popolo per gli affari interni (Narodniï komissariat vnoutrennikh diel, N.K.V.D.) nel settembre 1941.

Diversi eventi di varia portata e natura, legati al comunismo, hanno avuto un ruolo costante nella posizione di Foucault nei confronti dell’URSS, ma anche nella scelta del suo oggetto principale, il potere e il suo esercizio, e, infine, nei suoi impegni militanti: il suo passaggio al PCF nel 1950-1952, la repressione della rivolta ungherese del 1956, la pubblicazione della traduzione francese de L’Arcipelago del Gulag di Solženicyn nel 1974, l’instaurazione dello stato di guerra in Polonia nel dicembre 1981.

Michel Foucault fu per un breve periodo membro del PCF, che lasciò a causa del caso del «complotto dei medici in camice bianco». Il PCF aveva mobilitato tutte le sue energie per sostenere la denuncia di questa presunta cospirazione sovietica: la stampa comunista francese pubblicava articoli intitolati «Solo i loro camici erano bianchi» e sottolineava, come faceva la propaganda sovietica, il legame tra questi medici ebrei e un’organizzazione presentata come sionista. Poi, la morte di Stalin, il 5 marzo 1953, interruppe il processo in cui la lotta di classe aveva assunto le sembianze di una caccia ai medici malvagi ed ebrei, preludio di una vasta campagna antisemita.

Da allora, il distacco di Foucault dal comunismo si manifestò nel suo rifiuto sistematico e ripetuto di parlare del socialismo se non come realtà dei paesi socialisti. Non ritiene che il socialismo reale presenti una divergenza rispetto al socialismo teorico e non cerca le ragioni dello stalinismo in un errore di applicazione o in una cattiva lettura di Marx.

Si distingue sia dalla tradizione trotskista che dal tipo di lavoro di Louis Althusser e dei suoi allievi. Tra questi, Étienne Balibar, il cui «notevole articolo»[5] sullo Stato in Marx (pubblicato nel 1972) lo fa «sorridere» per il suo accademismo che distoglie dal compito di analizzare lo Stato sovietico così come si è costruito. Balibar ha dedicato il suo articolo al «problema dello Stato e della trasformazione dello Stato secondo Marx»[6]. Ma Balibar non ha investito, ad esempio, in una riflessione sulla permanenza dell’esercito zarista nell’Armata Rossa fin dai tempi di Trotsky[7].

Foucault riconosce il suo debito nei confronti di Marx, ma sottolinea che i marxisti non si sono impegnati in lavori storici, in particolare nella storia delle scienze. Questo perché i marxisti accademici sono prigionieri di polemiche ideologiche, come quella condotta da Lenin in Materialismo ed empiriocriticismo[8] e proseguita da Roger Garaudy, collega di Foucault all’Università di Clermont-Ferrand. Per quanto riguarda il marxismo come «scienza», bisognerebbe dimostrare che il marxismo, come tutte le scienze, si è «sbagliato»[9]: Galileo, Newton, Cuvier, Darwin, tutti, in nome della «scientificità» della loro disciplina, si sono sbagliati, ma Marx, al contrario, non si è sbagliato! La storia di una disciplina (la fisica con Galileo, per esempio) non può essere il semplice commento dei testi di questo autore (come è il caso di Marx e dei marxisti accademici). Quindi, all’accademismo del ritorno a Marx, Foucault oppone gli imperativi del mestiere di storico.

Ma è a un evento politico di grande portata che Foucault attribuisce l’origine del suo interesse per il potere strategico, interesse in cui egli colloca l’unità della sua impresa.

Si tratta dell’intervento del «potere sovietico» contro la rivolta ungherese del 1956, che avvenne quando il fascismo istituzionale era scomparso in Europa e lo stalinismo era dato per liquidato. L’argomento secondo cui «gli eccessi dello stalinismo» erano riconducibili a cause economiche non era più pertinente in quel momento: l’intervento dei carri armati sovietici in Ungheria non rimanda ad alcuna causalità economica su cui si possa ricondurre l’esercizio del potere. Allo stesso tempo, i francesi conducevano in Algeria una guerra inutile per il capitalismo. La storia dell’URSS ha anche dimostrato che la modifica dei rapporti di produzione e delle istituzioni politiche non aveva in alcun modo trasformato i «rapporti minimi» di potere nella famiglia o nella fabbrica sovietica, che non sono diversi da quelli dei paesi cosiddetti capitalisti. L’URSS reale ha, in un certo senso, dimostrato con i fatti che il materialismo storico era infondato.

I lavori di Foucault lo portarono ad analizzare e comprendere in modo radicalmente negativo il tipo di sistema che regnava in URSS.

Un nuovo evento è alla base della critica di Foucault al sistema sovietico: la Polonia. Foucault soggiornò nella Polonia comunista dall’ottobre 1958 all’ottobre 1959. Quando fu proclamato lo stato di guerra in Polonia (dicembre 1981), si impegnò nello stesso modo in cui aveva fatto con il Groupe d’intervention sur les prisons (GIP) all’inizio degli anni ’70: mescolando una sorta di propaganda attraverso la parola, dove la sua fama di intellettuale gli era utile, con i vincoli del lavoro militante, in particolare durante un viaggio di quindici giorni in Polonia per scortare, nell’ottobre 1982, un camion di aiuti di Médecins du Monde e per prendere contatti con i militanti di Solidarność. (È anche in questo periodo che si avvicina alla CFDT, ma tralasceremo questo punto).

Foucault compie questo viaggio in Polonia, spinto dal ricordo dell’anno trascorso in questo paese, dove ha scritto Storia della follia e che ha dovuto lasciare a seguito di una provocazione della polizia. Ma continua a mantenere la sua valutazione del regime sovietico dell’URSS per molti anni. Non si limita a sottolineare che il regime sovietico continua i metodi dello Stato moderno, né, come dice lui, che li porta a una sorta di «smisuratezza».

Ha sostenuto che il hitlerismo e lo stalinismo erano due forme di «razzismo di Stato» e ha respinto esplicitamente l’idea che ci fosse una continuità tra la «reclusione» dei pazzi e il gulag. Foucault, in un’intervista con Jacques Rancière, critica l’uso del paragone gulag/reclusione, che permette a tutti, compreso, ad esempio, il Partito Comunista Francese, di dire che tutti abbiamo il nostro gulag. Egli propone di distinguere «l’istituzione gulag» dalla «questione del gulag». È possibile che l’isolamento dell’età classica faccia parte dell’«archeologia» del gulag, ma bisogna rifiutare «la dissoluzione universalista nella “denuncia” di tutti i possibili isolamenti »[10]: la «questione» del gulag deve essere posta a ogni società socialista nella misura in cui nessuna, dal 1917, ha potuto fare a meno di un sistema di questo tipo, come si è visto con la sorte di Maria Spiridonova.

Per porre la «questione» del gulag, bisogna vietarsi quattro cose[11], per evitare le «ricadute», che si declinano così:

• Rifiutare di «interrogare» la questione del gulag a partire dai testi di Marx e Lenin per capire come si sono verificate le deviazioni e come è stata tradita la teoria. Piuttosto, interrogare i testi di Marx e Lenin su come hanno permesso il gulag: la «questione» del gulag non deve essere posta in termini di errore, ma di realtà.

• Rifiutare di cercare le «cause» del gulag (ad esempio «la trasformazione del Partito in burocrazia») perché il gulag non è una degenerazione: «Il gulag, malattia di maternità nel paese che purtroppo genera il socialismo».

• Rifiutare la politica delle virgolette: non adornare il «socialismo sovietico» con virgolette infamanti e ironiche che mettono al riparo il vero socialismo, che darebbe il punto di vista adeguato sul gulag. Il «vero socialismo» non è nelle nostre teste, ma nel corpo e nell’energia di coloro che si oppongono attivamente al socialismo sovietico.

• Rifiutare la «dissoluzione universalista nella “denuncia” di ogni possibile chiusura». Il gulag non deve essere un interrogativo per tutti i sistemi. «Deve essere posto specificamente a ogni società socialista, nella misura in cui nessuna di esse dal 1917 è riuscita di fatto a funzionare senza un sistema più o meno sviluppato di gulag[12]. »

In questa intervista con Jacques Rancière, egli rimanda all’analisi di André Glucksmann, in La Cuisinière et le mangeur d’hommes. Essai sur les rapports entre l’État, le marxisme et les camps de concentration, poiché Foucault ritiene che Glucksmann sia sfuggito a queste quattro «riduzioni».

Foucault, nella sua recensione de La Cuisinière et le mangeur d’hommes, definisce l’oggetto della filosofia per grandi periodi: la filosofia dell’antichità mira a produrre saggi; nel Medioevo cerca di razionalizzare il dogma; nell’età classica si impegna a fondare la scienza; nell’epoca moderna, l’attitudine della filosofia si misura «nel dare ragione ai massacri»[13]. Egli critica la «sinistra» che ha voluto spiegare il gulag – un «olocausto» – con un errore di lettura da parte di Lenin e Stalin, che avrebbero fatto un totale controsenso, per scagionare Karl Marx. André Glucksmann si è ispirato a Solzhenitsyn perché il discorso di Stalin era coerente con quello di Marx: «Con il gulag non si vedevano le conseguenze di un errore infelice, ma gli effetti della teoria più “vera” nell’ordine politico[14].

Il giudizio di Foucault nel 1977 è radicale: l’URSS, da cui non poteva «sgorgare la luce di una speranza», e «tutto ciò che la tradizione socialista» ha prodotto nella «storia è da condannare»[15]. L’anno precedente, nel corso “Bisogna difendere la società”, aveva avanzato la tesi di una somiglianza, non di apparenza, ma di «discorso» tra hitlerismo e socialismo.

Entrambi, il nazionalsocialismo e il socialismo sovietico, sono «razzismi di Stato», razzismi biologici e centralizzati[16]. Per quanto riguarda il nazionalsocialismo, Foucault sottolinea che il razzismo nazista è una «ripresa» di una guerra ancestrale: deve assicurare il trionfo millenario della razza. Di fronte a questa «trasformazione nazista», abbiamo la «trasformazione sovietica»: essa non è nella messa in scena teatrale, ma «diffusamente “scientista”». È «la gestione di una polizia che assicura l’igiene socialista di una società ordinata». Così il nemico di classe diventa, nel «razzismo di Stato sovietico, una sorta di pericolo biologico»: malato, deviato, pazzo, che reinserisce, come nemici di razza, i nemici di classe[17].

Infatti, Lenin e i bolscevichi hanno messo in atto dispositivi di «pulizia», di epurazione, di purificazione per liberare la Russia dai suoi «insetti nocivi», dai «parassiti», dalle «cimici». Le esecuzioni senza processo, i campi di concentramento e, marginalmente per numero, ma tipico del sistema, l’uso della psichiatria a fini repressivi, per distruggere gli «anormali» (vampiri kulaki, nemici infiltrati nel partito, isterici), sono fin dall’inizio le pratiche del potere sovietico, che mira alla «pulizia della terra russa»[18]. Insomma, l’intreccio tra «lotta di classe» e «igiene razziale» non è un evento accidentale del Partito-Stato, ma il suo normale regime di funzionamento.

L’URSS, che Foucault chiama «URSS concentrazionaria», occupa un posto essenziale nella sua analisi della politica internazionale aggiornata con l’instaurazione dello «stato di guerra» in Polonia nel 1981. Foucault proclama che è inaccettabile aver sancito la divisione dell’Europa con una linea tracciata a Yalta, che non ha nulla di «immaginario»[19]. E, mentre denuncia il peso di una dittatura comunista in Polonia, afferma che c’è sempre un «rifiuto», degli «interstizi» che smentiscono che la normalizzazione sia un’«accettazione»[20]. Questa tesi – che non è semplicemente l’affermazione del carattere strategico del potere, che produce più di quanto domini – si basa molto strettamente sulla realtà delle lotte in Polonia contro il partito-Stato.

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E ha anche permesso a Foucault di formulare una diagnosi sul futuro dell’URSS, nel 1982, singolarmente più pertinente di quella di molti sovietologi. Egli sottolineava, infatti, la fragilità economica dell’URSS, l’inquietudine politica nei paesi satellite e ricordava che: «L’impero russo, come tutti gli imperi, è destinato a non durare per sempre. I successi politici, economici e sociali del socialismo in stile sovietico non sono tali da escludere difficoltà significative, almeno nel medio termine. Perché quindi attribuire uno status di destino storico a un fallimento così evidente[21]? » La pertinenza di questa previsione è una risposta a tutti coloro che hanno rimproverato a Foucault di essersi interessato a margini che non potevano consentire di comprendere la società in tutte le sue dimensioni.

Così, per quanto riguarda l’URSS – sia per quanto riguarda il suo regime interno di dittatura del partito-Stato concentrazionario, sia per la sua natura imperialista, ma anche per la sua fragilità –, i lavori di Foucault lo portavano ad analizzare e comprendere in modo radicalmente negativo il tipo di sistema che vi regnava.

 

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Tuttavia, se Foucault condanna l’URSS, riprende le analisi di Marx, ne Il capitale, in termini di tecnica del potere e le utilizza in Sorvegliare e punire. Nascita della prigione (1975) perché considera, nel 1981, che in Il capitale si trova «l’abbozzo di un’analisi che sarebbe la storia della tecnologia del potere così come si esercita nelle officine e nelle fabbriche» e si propone, per la sessualità, di proseguire tale approccio[22]. E afferma esplicitamente, nel 1982, che «il leninismo e lo stalinismo avrebbero inorridito Marx»[23]. Lo stesso anno, definendo il suo progetto come lo studio di quattro tecniche della «ragione pratica» (tecniche di produzione, tecniche di sistemi di segni, tecniche di potere, tecniche di sé), rimanda esplicitamente al Capitale, che mostra il rapporto tra «manipolazione degli oggetti e dominio»: ogni tecnica di produzione richiede «non solo capacità ma anche atteggiamenti», quindi una «modifica della condotta individuale »[24].

In ogni caso, all’accademismo del ritorno a Marx, testimoniato da Althusser e Balibar, Foucault oppone gli imperativi del mestiere di storico: reintegra Marx nella linea dei suoi predecessori, come storico delle tecnologie del potere. Un Marx che è sbagliato leggere come se avesse pensato il dualismo sociale in due termini: classe dominante/classe dominata. Il dualismo va cercato piuttosto in Arthur de Gobineau, che oppone, da razzista, due classi. Ma Marx è troppo «astuto» per pensare la società in questi termini[25].

Lo Stato totalitario non si trova in Marx, ma nella politica del partito-Stato iniziata da Lenin, da Stalin e proseguita dai loro successori[26]. «La vocazione dello Stato è quella di essere totalitario, cioè di esercitare un controllo preciso su tutto. Ma penso che lo Stato totalitario in senso stretto sia uno Stato in cui i partiti politici, gli apparati statali, i sistemi istituzionali, l’ideologia formano un corpo unico, una sorta di unità controllata dall’alto verso il basso, senza fessure, senza lacune e senza possibili deviazioni[27].

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Queste caratteristiche del totalitarismo corrispondono all’URSS e al nazismo. Ma ricordiamo la reticenza di Michel Foucault riguardo alla Polonia: nel 1982 dubitava che il termine «totalitario» potesse essere applicato a questo paese[28]. Foucault ritiene infatti che esistano tre zone in Europa: l’Europa occidentale, l’Europa orientale, sotto il controllo sovietico, e l’Unione Sovietica. In quest’ultimo Stato totalitario, i «dissidenti» non possono contare sul «mezzo conduttore» del «nazionalismo», contrariamente a quanto avviene nell’Europa orientale, come in Polonia. Al contrario, l’URSS combatte i «nazionalismi» locali, e così Foucault definisce l’Ucraina[29] dove il nazionalismo è contrastato. Foucault ritiene quindi che l’URSS e la Polonia non appartengano alla stessa categoria: l’URSS, che funziona come un «corpo», lotta contro le «fessure» dell’«ideologia», mentre la Polonia conosce una «deviazione» affermando la sua specificità nazionale.

 

Note

[1] In questo articolo tralasceremo tutte le obiezioni che potrebbero derivare dall’applicazione a Foucault del concetto di autore o di opera. Ci baseremo essenzialmente sulla sua opera Dits et écrits (1954-1988), edizione in quattro volumi, pubblicata postuma da Daniel Defert e François Ewald (dir.), Parigi: Gallimard, collana «Bibliothèque des sciences humaines», 1994, e su «Il faut défendre la société», corso tenuto al Collège de France (1976), pubblicato postumo da François Ewald e Alessandro Fontana (dir.), Parigi: Gallimard/Parigi: Le Seuil, collana «Hautes études», 1997. Ma si potrà legittimare la mia impresa come una «riscrittura» (vedi Michel Foucault, L’Archéologie du savoir, Parigi: Gallimard, 1969, p. 183). In questo articolo non utilizzeremo Michel Foucault, «Nietzsche, Freud, Marx» (1964), in Dits et écrits, tomo I, op. cit., pp. 564-579, che riguarda l’interpretazione.

[2] Michel Foucault, Dits et écrits, tomo IV, op. cit., p. 91: «I campi di concentramento? Si dice che siano un’invenzione inglese; ma ciò non significa né autorizza a sostenere che l’Inghilterra sia stata un paese totalitario. Se c’è un paese che nella storia dell’Europa non è stato totalitario, è proprio l’Inghilterra, ma ha inventato i campi di concentramento che sono stati uno dei principali strumenti dei regimi totalitari».

[3] L’ordine del primo «campo di concentramento» (trascrizione in russo delle parole tedesche) fu dato da Lenin nell’agosto 1918 (vedi Vladimir I. Lenin, Œuvres, tomo XXXVI, tradotto da Roger Garaudy (dir.), Parigi: Sociales/Mosca (URSS): Progrès, 1959, p. 504).

[4] Dominique Colas, Le Léninisme, Parigi: Presses universitaires de France, 1998, e « Maria Spiridonova, rivoluzionaria o isterica? », L’Histoire, les collections, n° 51 (« Da quando si ha paura dei pazzi? La follia, da Erasmo a Foucault »), 2011.

[5] Michel Foucault, Dits et écrits, tomo II, op. cit., p. 406.

[6] Étienne Balibar, « “La” Rectification du Manifeste communiste », La Pensée. Revue du rationalisme moderne, n° 164, 1972, p. 38-64.

[7] Michel Foucault, Dits et écrits, volume II, op. cit., p. 407; Dominique Colas, « Trotski et les “spécialistes bourgeois” », in Lénine, Parigi: Fayard, 2017, pp. 247-253.

[8] Michel Foucault, Dits et écrits, tomo II, op. cit., p. 408.

[9] Ibid., p. 409.

[10] Michel Foucault, Dits et écrits, tomo III, op. cit., p. 419. La distinzione tra istituzione e questione è accentuata, nel testo originale, dall’uso del corsivo.

[11] Ibid., p. 419.

[12] Ibid., p. 420.

[13] Ibid., p. 278.

[14] Michel Foucault, Dits et écrits, tomo II, op. cit., p. 408 e 279.

[15] Michel Foucault, Dits et écrits, tomo III, op. cit., p. 408 e 398.

[16] Michel Foucault, « Il faut défendre la société », op. cit., p. 71.

[17] Ibid., p. 72. Il socialismo che trasforma le condizioni economiche non ha bisogno del «razzismo», ma è necessario combatterlo, e il «razzismo» è necessario: prima dell’affare Dreyfus, la stragrande maggioranza dei socialisti era «razzista» (ibid., p. 234).

[18] Vladimir I. Lenin, «Come organizzare l’emulazione» (1917), in Opere, tomo XXVI, tradotto da Roger Garaudy (dir.), Parigi: Sociales/Mosca (URSS): Progrès, 1958, pp. 423-434; Dominique Colas, «Lenin, 100 anni dopo la sua morte», AOC.

[19] Michel Foucault, Dits et écrits, volume IV, op. cit., p. 340.

[20] Ibid., p. 342.

[21] Ibid., p. 348. Gorbaciov fu nominato Segretario generale del Partito Comunista dell’Unione Sovietica (Kommunistítcheskaïa Pártiïa Soviétskogo Soyoúza, PCUS) nel 1985, un anno dopo la morte di Foucault.

[22] Ibid., p. 189.

[23] Ibid., p. 778.

[24] Ibid., p. 785.

[25] Ibid., p. 201.

[26] Foucault definisce l’Ungheria «totalitaria» nel 1976 (vedi Michel Foucault, Dits et écrits, tomo III, op. cit., p. 92).

[27] Ibid., p. 386.

[28] Michel Foucault, Dits et écrits, tomo IV, op. cit., p. 344.

[29] Michel Foucault, Dits et écrits, tomo III, op. cit., p. 384.

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