Profanare il nanomondo secondo la lezione di Ellul e Charbonneau

 

La tecnoscienza come culmine di un percorso di libertà infranta e di un sentimento del sacro divenuto idolatria.

Ellul e Charbonneau, due scrittori francesi, due amici, un binomio che inizia a diffondersi anche in Italia

 

La loro biografia è una storia di un’affinità intellettuale che li ha portati ad interrogarsi e confrontarsi per sette lunghi decenni sulle questioni fondamentali poste dal Novecento. Quasi coetanei, entrambi originari di Bordeaux, si conoscono negli anni Venti come studenti del locale liceo Montaigne, entrambi figli dell’alta borghesia cittadina. Le loro famiglie praticano una fede cristiana tiepida, convenzionale. L’adolescenza di Charbonneau è segnata dallo scoutismo, che gli imprimerà la passione per la natura e per la vita all’aria aperta. Ellul è invece segnato dalla rovina economica del padre e da una fulminea conversione alla fede cristiano protestante avvenuta all’età di diciotto anni.
La loro opera  letteraria ha inizio negli anni Trenta in seno al movimento personalista bordolese, formato da un piccolo numero di intellettuali accomunati da una specifica critica al loro tempo e riuniti attorno a tre riviste: Jeune droite, Esprit, Ordre Nouveau. Le idee sostenute erano le seguenti: la crisi attraversata dalla Francia di allora era una crisi globale di civiltà, segnata dal materialismo, che richiedeva una risposta rivoluzionaria di tipo spirituale; questa rivoluzione, non violenta, non sarebbe stata comunista né fascista e avrebbe aperto una terza via tra il capitalismo individualista dell’Ovest e il collettivismo totalitario dell’Est (nella versione nazionalsocialista tedesca o di internazionalsocialista sovietica); si sarebbe trattato di una rivoluzione personalista a partire dalla persona e dalla sua vocazione al Bene, per costruire un ordine politico e sociale a misura d’uomo; si insisteva sul soggetto “persona” e non sull’individuo, elettrone libero di condurre una lotta di tutti contro tutti secondo il modello occidentale; neppure si singolo inserito nel sistema collettivista, numero intercambiabile all’interno di un sistema statale che lo annichilisce secondo il modello orientale. Al contrario, secondo il movimento personalista, la persona si definisce per le sue relazioni e vive all’interno delle formazioni sociali intermedie: famiglia, amicizie, comunità locali, istituzioni sociali e religiose.
Gli anni Trenta hanno visto la prima piena realizzazione delle potenzialità del Novecento. Infatti, la prima guerra mondiale aveva lasciato in eredità la società di massa, con la novità della piena partecipazione di uomini e donne  ai piani di potenza degli Stati, oltre allo scatenamento delle forze produttive, particolarmente evidente negli Stati Uniti, in Germania e in Unione Sovietica.  Per reazione a questi fenomeni il movimento personalista esprimeva una critica al centralismo statale e al produttivismo imperante.
Ellul e Charbonneau seguono la strada aperta dal movimento personalista, portando la riflessione fino ai confini delle nozioni di tecnica e natura. Per Ellul la tecnica è il nuovo vettore dell’evoluzione umana e presenta, tra le altre cose, l’insidia di non ammettere limitazioni al proprio sviluppo. Per Charbonneau la natura per come la intendiamo noi contemporanei è una scoperta dell’uomo che, una volta assorbito nei ritmi e nei riti della civiltà industriale, sente la mancanza di un’armonia e di una bellezza negata dall’artificio moderno. La difesa della natura (all’epoca il termine “ecologia” non era ancora uscito dall’ambito accademico) era allora il fondamento per una resistenza attiva contro lo sviluppo esponenziale. Il lungo articolo di Charbonneau “Le sentiment de la nature, force revolutionnaire” è considerato da molti autori contemporanei come il primo scritto di ecologia politica in Francia. Il secondo conflitto mondiale e il dopoguerra rimescolano le carte del dibattito intellettuale. Alcune delle intuizioni del movimento personalista emergono nella politica istituzionale francese (diverse tracce le troviamo anche nella costituzione italiana), altre, come la critica al produttivismo, cadono nell’oblio. Solo il Sessantotto permetterà alla critica dello sviluppo esponenziale di affermarsi  in una piccola ma considerevole frazione dell’opinione pubblica. Tra la fine degli anni Trenta e l’inizio degli anni Settanta il lavorio letterario di Ellul e Charbonneau procede quasi solitario, nell’incomprensione diffusa dei loro contemporanei.
Gli studi sulla tecnica di Ellul conosceranno un fulmineo successo nell’America degli anni Settanta e Ottanta. Fu Aldous Huxley autore del romanzo distopico “Il mondo nuovo” e fratello del transumanista Julian Huxley, a caldeggiare la traduzione in inglese del libro di Ellul “Le système technicien”. Gli scritti su quella che sarebbe stata chiamata dopo il Sessantotto l’ecologia politica trovarono, invece, un’ampia tribuna nelle riviste “La gueule ouverte” e “Combat nature”.
Occorrerà attendere ben oltre la morte dei due autori avvenuta negli anni Novanta per osservare una loro nuova diffusione dei loro scritti verso un pubblico relativamente più vasto. Considerata l’ostilità  dei lettori di allora e confrontata con l’apprezzamento attuale, si comprende oggi il loro carattere profetico: la loro cognizione della realtà anticipava i tempi. Ciò che risultava inverosimile perché disturbante alla loro epoca diventa evidente e quasi di senso comune oggi. L’appello di Ellul e Charbonneau ai loro contemporanei non è stato accolto  e ora ci ritroviamo in una situazione ancora più compromessa. In effetti, parlare di umanità sull’orlo dell’abisso strideva non poco con la quotidianità del boom economico, di chi assaporava per la prima volta la gioia del possesso di un’automobile o partiva per la prima volta per le vacanze estive al mare. I tempi sono cambiati e ora tutti, apocalittici e integrati, abbiamo perlomeno un vago sentore di essere sull’orlo dell’abisso. Siamo ancora autorizzati a sperare?
Dalla morte degli autori ad oggi l’informatica e la psicologia comportamentale hanno portato avanti la colonizzazione dell’immaginario e la conquista del nostro foro interno. Le tecnologie convergenti del nanomondo unite alla potenza di fuoco dei grandi media stanno arrivando ad insidiare l’essenza stessa dell’umano: la sua natura sessuata, il mistero della trasmissione ereditaria della vita. Da allora la realtà è cambiata: servono nuovi osservatori, nuovi profeti, un nuovo appello. Saremo all’altezza di questo compito? E se lo saremo: servirà a qualcosa o tutto cadrà nuovamente nella muta indifferenza?
Per i critici della società industriale e tecnoscientifica la bibliografia è ormai ampia. Come osservato da Dario Stefanoni su queste pagine, è possibile oggi trovare uno scaffale dedicato a questo genere  in un’elegante e sfarzosa libreria cittadina dove un commesso aziendale è preparato a dare indicazioni e consigli di lettura. L’impressione è che la Macchina, bersaglio dei nostri anatemi, spesso sia in grado di digerire questa produzione critica, trasformandola in un innocente e redditizio segmento di mercato. La critica viene recuperata sfruttando la svalutazione della parola, inflazionata da un incessante chiacchiericcio. Il lettore o l’internauta che passa da un video all’altro su suggerimento della piattaforma che lo ospita, si informa, ottiene informazioni, assume consapevolezza della natura e della magnitudo delle ingiustizie  che affliggono il mondo, si riempie di sacrosanta indignazione. Poi chiude il libro o spegne lo schermo e si ritrova piombato più di prima in un misto di impotenza e frustrazione.
Cosa manca per trasformare la critica in ribellione cosciente? L’ipotesi di chi scrive, sulla scia di Ellul e Charbonneau, è che il fronte della lotta tra lo spirito di libertà e l’istinto di dominazione si sia spostato da un piano materiale ad un altro interiore. In questo campo il pensiero, anche quello critico, fatica a tenere il passo dell’evoluzione del mondo, rimanendo spesso ancorato ad intuizioni vecchie di un paio di secoli.
Sul piano materiale assistiamo alla vittoria quasi completa dell’istinto di dominazione. Le resistenze non mancano ma i rapporti di forza sono ormai sbilanciati ad un punto impensabile fino a pochi anni fa. La sensazione è che i tempi siano maturi per l’instaurazione di un regime totalitario e che la spinta delle varie emergenze, vere finte o gonfiate che siano, prima o poi possa infrangere le riserve che la parte arcaica dell’uomo, quel residuo che convive con la parte moderna di noi, ancora pone. Sul piano interiore l’assalto dei dominatori è solo agli inizi: l’apparato industriale non ha ancora sedato la nostra vita interiore. La tecnoscienza non si è ancora fatta religione, anche se non mancano i tentativi in tal senso. Alexandre Grothendieck scrive a buon titolo dello scientismo come nuova chiesa universale. Leggendo la sua opera è altresì chiaro che questa tendenza a farsi chiesa è soprattutto una potenzialità appena abbozzata ma ancora in larga parte inespressa.
Il foro interno di ciascuno di noi è l’ultimo continente nero  per l’espansione capitalistica e l’ultima roccaforte ancora difendibile per chi resiste. Marx poteva a buon diritto prescinderne nella sue riflessioni; infatti, fino alla prima guerra mondiale e all’avvento della società di massa si poteva ancora trattare di un aspetto marginale, e solitamente ciò che non viene messo in discussione non è quasi mai né oggetto di riflessione né tanto meno di dibattito.  La sua difesa è oggi lasciata in larga misura a chi coltiva uno spiritualismo spesso fine a sé stesso. Da una parte gli specialisti dell’anima che effettuano ogni forma di acrobazia per lasciare in ombra la dimensione materiale e politica dei problemi; dall’altra gli specialisti della critica sociale, poco inclini a considerarne la dimensione spirituale.
Un autore acuto come Hervé Krief, nel suo libro “Per una critica radicale a Internet” svela al lettore le forme dell’infrastruttura materiale della rete mondiale di computer connessi tramite il protocollo IP e il progetto di dominazione che ne sta alla base. Il libro conosce una buona diffusione e nei lettori sorge l’esigenza di trovare una guida per la traversata del deserto, la liberazione dalla schiavitù digitale. L’autore non si sottrae alle richieste e coraggiosamente scrive un secondo libro per dare alcune indicazioni. Tratteggiando i caratteri della futura società liberata considera l’aspetto della dimensione “spirituale” (virgolette dell’autore). Dopo aver liquidato in poche righe il possibile ruolo delle istituzioni religiose scrive: «mi sembra desiderabile che si possa entrare in relazione con i misteri e le meraviglie che il mondo vivente ha da offrirci, e lasciarsi affascinare dall’insondabile e interconnesso processo che governa gli esseri viventi qualunque essi siano. Senza istituzioni religiose coercitive, i rituali della vita quotidiana possono portarci ad accettare umilmente la nostra condizione umana e mortale». L’impressione è quella di un’eccessiva semplificazione: tolte di mezzo le istituzioni religiose e riconsegnato l’uomo alla semplicità della vita campestre, arriveranno da sé le risposte alla grandi questioni ultime dell’esistenza umana. Si vedrà in seguito come questo appaia a chi scrive come inverosimile.
Nicolas Bonanni, nel suo libro “Che disfare?” offre in modo incisivo e sintetico degli spunti alla sinistra francese per orientare la sua lotta nel panorama politico culturale attuale. Per farlo risale fino alle origini ottocentesche del socialismo scientifico e del pensiero anarchico. Quando la sua analisi si sofferma sulla concezione materialistica della storia di Karl Marx, la lucidità razionalista dell’autore cede il passo ad un radicale quanto sorprendente fideismo: «Marx non può essere smentito su un punto: noi non siamo altro che materia. L’ ”anima eterna” è una finzione spacciata dalla Chiesa; quando moriamo, la vita ci abbandona per sempre e il nostro spirito muore con il corpo. Tutto è materia, nient’altro che materia”.  Per Krief e Bonanni, come per ognuno di noi,  il rapporto con il sacro, la disciplina religiosa, la presenza del divino, le questioni ultime sul da dove veniamo e dove andiamo sono poco più di residui di un’altra epoca. Sono problemi risolvibili con un’invocazione alla purezza delle origini, o con un’affermazione dogmatica e sbrigativa. È proprio su questo aspetto che Ellul e Charbonneau mostrano il loro lato più originale se confrontati con i classici della letteratura di critica alla società industriale e tecnoscientifica.
La scienza, la tecnica e l’industria pur avendo origini lontane hanno iniziato a plasmare il mondo solo a partire dall’Ottocento. Questo è spesso ricordato come il secolo delle libertà. Libertà dei liberali, che ne portavano il segno fin nel nome; libertà dei socialisti e degli anarchici che con la loro critica all’ordine liberale ne svelavano le ipocrisie per realizzare una libertà più elevata. Il mito fondativo dello scienziato Galileo illuminato dallo spirito di conoscenza contrapposto all’irrazionale oscurantismo delle istituzioni della Controriforma, anche se in modo caricaturale esprime comunque una verità: la fioritura della scienza della tecnica e dell’industria, in modo analogo all’urbanizzazione bassomedievale, trovarono impulso da un desiderio di libertà.
Per buona parte del pensiero contemporaneo, Marx compreso, tutte queste appaiono come ovvietà, ma come già osservato in precedenza spesso le cose ovvie sono anche le meno riflettute. L’affermazione del soggetto e della sua libertà sono qualcosa di ovvio per chi fa iniziare la “vera Storia”, l’unica che siamo in grado di comprendere facilmente, dalla contemporaneità;  è invece un processo ancora in corso, che ha conosciuto una gestazione di decine di secoli, per chi, come Ellul e Charbonneau, ha accolto e interiorizzato la tradizione culturale dell’ebraismo e del cristianesimo.  Nei loro scritti troviamo spesso immagini e riferimenti biblici che illustrano la nascita del soggetto libero. Il Dio della Bibbia, ancor più che come creatore si è presentato al mondo come liberatore. Egli inventò la libertà quando propose ad Abramo di seguirlo. Non un imposizione, non la prospettazione di un destino fatale, ma una proposta. Da quel giorno l’umano fu sottratto dall’armonia pagana garantita dalla sua integrazione con l’ordine naturale e posto di fronte ad un dilemma morale: accettare o rifiutare la proposta divina?  Dal ventre della natura fu partorito il soggetto. Allo stesso tempo dalla natura animata  dei pagani si separò il Dio creatore, ed essa si pietrificò, perdendo l’essenza divina e diventando mera creazione, materia inerte. La natura era stata profanata: da quel giorno si rese possibile l’indagine scientifica fondata sull’osservazione oggettiva dei fenomeni naturali.   Abramo, messo di fronte ad una scelta personale decisiva, fu con quella proposta messo in stato di libertà: ogni giorno doveva decidere se rinnegare l’alleanza oppure onorarla. Il bene ed il male, la giustizia e l’ingiustizia divennero così dei compagni di viaggio inseparabili. Il Dio di Mosé fu liberatore in senso politico: l’alleanza originata con Abramo si era estesa ad un popolo intero, trascinato tra mille prodigi fuori dalla schiavitù egiziana.
Quando Dio si incarnò e si fece uomo l’antica alleanza con in suo popolo era in crisi: con l’esilio a Babilonia dalla liberazione si era tornati alla schiavitù e al ritorno in patria né la fede del popolo né la grazia del Signore risuonavano più come un tempo. Quando il padre generò il figlio gli uomini furono promossi a fratelli di Dio; la strada era aperta per la scalata dell’uomo alle prerogative divine, come nel mito di Prometeo. Ma allora era troppo presto: attorno alla grotta di Betlemme permaneva un mondo saldamente ancorato al vecchio ordine. Ci vollero quasi  venti secoli affinché i timori sacri fossero superati. La storia della dissezione dei cadaveri come tappa imprescindibile della nascita della medicina moderna, raccontata da Bianca Bonavita nel libro “Nuda morte o del libero morire” è istruttiva a riguardo. La progressiva profanazione dei cadaveri a scopo di ricerca medica inizia timidamente con la sottrazione clandestina di salme non reclamate per la sepoltura: troppo grande era ancora il terrore sacro delle viscere umane per spingersi oltre. In un processo lungo secoli, il suo campo d’azione si estese sempre più, fino ad arrivare ad oggi, dove il senso comune stenta a riconoscere che una salma appartiene ai suoi famigliari prima che all’apparato medico.
La dissezione dei cadaveri è paradigmatica anche di un fenomeno più recente: con l’estendersi dell’indagine oggettiva sul creato,  l’uomo, il soggetto dell’indagine, inizia a diventare esso stesso oggetto. Inizialmente con la medicina ed in seguito con la psicologia, le neuroscienze e l’ingegneria genetica applicata all’umano, il soggetto  e l’oggetto tendono a confondersi. Al momento la distinzione ancora regge ma per quanto tempo sarà sostenibile? Non sarà forse che l’invenzione della macchina “pensante” (intelligenza artificiale) scalzerà l’uomo dalla sua condizione di soggetto?
La storia della tecnoscienza al tempo della libertà professata come principio costituzionale è la storia di un’esplosione. Un oscuro fuoco sotterraneo trova una vena in cui risalire in superficie; la sua emersione produce un boato assordante. L’eruzione è, almeno in apparenza, ingovernabile e incontenibile. Questo fuoco, prodotto dall’uomo  libero, minaccia ora la sua esistenza materiale e la sua condizione di libertà, condizione della quale si è rivelato con tutta evidenza indegno.  La profanazione della natura inanimata e del vivente, la ricerca dell’efficacia tecnica attraverso l’industria, la centralizzazione politica al servizio della volontà di potenza, tutto questo, se fino alla metà del secolo scorso era visto come fattore di emancipazione ora incombe come minaccia finale.
Tutti i vettori di crisi sociale attuali sembrano convergere verso soluzioni che prevedono la neutralizzazione del soggetto. La crisi ecologica è ormai troppo evidente per essere minimizzata da chi controlla la narrazione mediatica, ma la possibilità di una soluzione che passi attraverso una scelta volontaria di sobrietà e rinuncia alla potenza sembra inverosimile anche all’uomo comune, che ha fatto propria l’abitudine di reagire meccanicamente agli stimoli imposti dal centro e ha dimenticato l’arte del dominio di sé e dell’autodisciplina. La soluzione più verosimile alla crisi ecologica dovrà venire da una politica ambientale concepita dalla tecnoscienza e resa coercitiva dallo Stato che la finanzia, centralizzandone il più possibile la gestione, di modo che anche il più piccolo comportamento non sia più il prodotto dei capricci del libero arbitrio ma soltanto la prevista risposta ad uno stimolo proveniente dal sistema.
Specularmente, la crisi dell’ordine politico internazionale, così tanto d’attualità in questi ultimi anni, vede alcuni blocchi di Stati confrontarsi per l’egemonia mondiale. Economia, demografia, informazione: tutto risponde alla chiamata alla guerra totale, per poter così uscire vittoriosi dallo scontro. Sono lontani i tempi in cui coloro che partecipavano alla potenza del Principe erano gli uomini liberi. Se fino al Medioevo il guerriero si distingueva dagli altri ordini sociali proprio per il suo status di uomo libero oggi la guerra è combattuta dal soldato obbediente e impersonale, con o senza divisa. Ancora vivo è il ricordo del richiamo agli alti ideali per combattere le guerre degli Stati: funzionava e funziona ancora nelle società giovani, dove il senso di intraprendenza e di avventura non è ancora sedato dalla preponderanza degli anziani e dalle discipline educative che oggi vengono pervasivamente applicate fin dalla tenerissima età. L’unico argomento veramente spendibile per i propagandisti di oggi è la necessità, l’ineluttabilità della guerra. Si andrà alla guerra non tra il suono delle fanfare e con la promessa di un ricco bottino, ma tra il ronzio dei droni  e la cupa rassegnazione di chi sta andando incontro ad un destino segnato.
Lo stesso può dirsi per le tecnologie di punta alla moda: l’intelligenza artificiale e la presa in carico digitale delle nostre azioni quotidiane non sono vissute come una scelta ma come una fatalità: l’intelligenza artificiale è il futuro, e questa affermazione è sufficiente per legittimarla. Il dibattito sui pro e sui contro serve solamente ad appagare quella parte arcaica dell’uomo che ancora insiste sui concetti di soggetto e di libero arbitrio, quella parte che come un organo atrofizzato sopravvive in noi, esattamente come certi animali delle profondità della terra hanno un occhio cieco a testimonianza di un lontano passato di vita sulla superficie.
Chi è ancora in grado, perché dotato di un temperamento ribelle, di gettare uno sguardo fuori dal centro, oltre l’abisso, si ritrova nel dilemma tra tutto o niente. Tutto: spingere lo sviluppo esponenziale fino alle sue conseguenze ultime: fine del soggetto, centralizzazione totalitaria, fabbricazione dell’automa umanoide. Niente: condanna totale e senza appello dell’uomo in quanto tale e della civiltà umana in quanto tale, ritorno alle origini e all’innocenza primordiale. Tutto e niente li troviamo in forma pura nelle opere del transumanesimo da un lato e nell’ecologia profonda e nel primitivismo dall’altro. Ma queste sono avanguardie di punta: nella normalità dei casi i due estremi convivono e nel loro conflitto si alimentano a vicenda nell’anima di ciascuno di noi.
Ellul e Charbonneau cercano di proporre una sintesi che superi la dialettica infernale del tutto o niente. Charbonneau insiste sul carattere tragico della libertà. Questa, pur essendo costitutiva del nostro essere al punto che nessuno può concepire la propria esistenza senza presupporne un minimo, è sempre esposta al pericolo di essere banalizzata e resa simile ad un giocattolo. Dall’Ottocento in poi si è persino pensato di poterla garantire a tutti per legge inserendola nei testi costituzionali.  Ci siamo così dimenticati che le libertà politiche autentiche non vengono mai concesse ma si conquistano. Ancora più importante, si trascura il fatto che la libertà personale non è la liberazione dai pesi della vita (la “delivrance” così ben descritta da Aurelien Berlan nel suo “Terre et libertè”) ma il più duro dei doveri, il più pesante dei fardelli. La libertà è il peso del proprio destino sulle spalle dell’individuo, la consapevolezza che nostra fortuna e rovina dipendono dalle nostre mani, è rispondere nel bene e nel male delle nostre scelte.
Con il progredire dell’anima cosciente la dimensione tragica della libertà è sempre più insostenibile. Tuttavia, essendo, in coabitazione con l’amore, il valore per eccellenza, essa non può essere negata esplicitamente. Forse aveva ragione Machiavelli: la ricerca della forza è la sola guida del nostro agire ma noi uomini non siamo abbastanza coraggiosi per ammetterlo. Ci riduciamo all’inganno auto procurato, alla giustificazione: a quella che Charbonneau chiama la commedia della libertà. Com’è possibile che la civiltà della libertà, dell’uguaglianza e della fratellanza umana abbia prodotto Auschwitz e Hiroshima? Sarà che questi valori, tanto più sono negati nella realtà tanto più sono proclamati a parole per giustificare la dissociazione tra essere e voler essere? Se l’avventura umana terminasse in una catastrofe ecologica irreversibile o nella fornace di un conflitto termonucleare si manifesterebbe in forma materiale una piccola verità: che il soggetto non è stato all’altezza della sua libertà. La scommessa di Charbonneau è quella che l’uomo  sia ancora in tempo per dimostrare a sé stesso, e, se esiste, anche a Dio, di essere degno del suo attributo di libertà, e di riuscire a governare il fuoco che la libertà ha sprigionato senza rimanerne vittima. Da questa prospettiva si intende anche il senso della sua ecologia: la natura prima della libertà non esisteva  perché l’uomo ne era avviluppato e il soggetto non ancora separato dall’oggetto. L’uomo si accorse della natura quando la stava per perdere, come quando si considera l’importanza dell’ossigeno proprio quando manca l’aria. Lo scatenamento della tecnoscienza, figlia della libertà, sta portando allo stravolgimento dell’equilibrio naturale, che a sua volta minaccia l’esistenza materiale dell’uomo. Per salvare la natura la strada più semplice per il sistema è di sacrificare la libertà, ma senza di essa la natura ha ancora un valore? Per questo la battaglia ecologista di Charbonneau è in difesa della natura e della libertà: in difesa della possibilità di esistenza di un uomo libero in una natura preservata.


La traccia più interessante proposta da Ellul per uscire dalla dialettica tra tutto e niente riguarda la riflessione sulla sacralizzazione della tecnica. La sua è anzitutto una critica alla teoria della secolarizzazione per cui modernità significa emancipazione dalla dimensione sacra dell’esistenza e al contempo immersione nei valori profani della libertà, dell’uguaglianza e della giustizia sociale. Per Ellul il sacro è una dimensione dell’essere troppo profonda per essere estirpata, troppo necessaria  alla vita per poterne prescindere. Ciò che è successo è che la tecnoscienza, dopo aver profanato quasi tutti i luoghi un tempo protetti da un sacro timore, da veicolo di profanazione si è fatta essa stessa sacra. Non si tratta di una prima volta. Il primo cristianesimo ha profanato i luoghi di culto pagani e la riforma protestante ha profanato il sentimento del sacro medievale. In seguito, una volta esaurita l’opera profanatrice, la stessa forza si è sacralizzata. Il tempio pagano si è trasformato in chiesa e luogo di culto cristiano; nella Riforma è stata la parola espressa nel testo biblico ad essere sacralizzata. La tecnoscienza ha profanato la realtà fin nelle sue fonti, fino al mistero della vita contenuto nel genoma. Una volta fattasi sistema, unico e imprescindibile orizzonte di vita, da forza di trasgressione sta divenendo forza d’ordine, protetta da un tabù: al riparo da ogni critica radicale.
Nel biennio 2020-2022 abbiamo letto e ascoltato molte pubbliche professioni di fede di persone che dichiararono di credere nella scienza. Un altro paio d’anni di emergenza sanitaria e forse sarebbero sorte istituzioni scientifico-religiose con il patrocinio degli Stati. Non c’è stato il tempo e la fede nella scienza rimane per il momento una devozione aconfessionale, senza dogmi codificati. Almeno in apparenza permane ancora un barlume dello spirito di libertà e di trasgressione delle origini. Tuttavia, dalla fede professata dagli apostoli della nuova religione scientista alla negazione totale dell’area del dissenso, il cammino pare essere segnato. Venerazione e repulsione, amore e terrore, segni opposti  che da sempre convivono nel sacro.
La sacralizzazione della tecnoscienza è invece molto più chiaramente percepibile nella dimensione privata. Per un’automobile al passo con i tempi si destina spesso il decimo o il quinto del proprio reddito, si sacrificano le cose più care, si consacra l’oggetto passandoci delle ore assieme ogni giorno, guidando, ascoltando musica, mangiando, facendo l’amore, a volte anche emettendo l’ultimo respiro. L’irruzione del digitale, nella forma del telefono intelligente, nella sfera intima di ciascuno di noi, è un altro segno. È al nostro telefono che chiediamo consigli su dove andare,  su cosa mangiare, su quale attività fisica compiere, sulla ricerca del nostro compagno ideale, sulla nostra salute. La macchina meccanica di ieri e quella pensante di oggi sono gli idoli che ci offrono la sicurezza e il riposo necessari per sopravvivere in un mondo oramai a misura d’automa. La tecnoscienza, prodotto della razionalità strumentale, una volta investita di un carattere sacro, svela il suo lato più folle e irrazionale.
Come agire di fronte al sacro trasferito alla tecnoscienza? Profanando il nanomondo, svelando il suo carattere mistificatorio e idolatrico. Tuttavia, non bisogna dimenticare che così facendo si va a minacciare le fondamenta dell’ordine sociale, molto più che con qualsiasi rivoluzione politica: la profanazione del sacro tecnoscientifico in assenza di un nuovo sacro in grado di ordinare e dare un senso alla realtà trascinerebbe la quasi totalità dei nostri simili alla nera disperazione e al suicidio. È per un basilare istinto di sopravvivenza che ogni critica essenziale alla tecnoscienza incontra un’ostilità così profonda e dei giudizi così sprezzanti. Per poter ambire alla profanazione del nanomondo occorre una speranza. Ma … rifiutando le promesse del progresso tecnoscientifico e avendo rigettato da tempo quelle delle religioni rivelate, per non parlare dall’integrazione tra uomo e natura dei pagani, noi dissidenti siamo ancora autorizzati a sperare in qualcosa?
Le pagine di Ellul e Charbonneau traboccano di speranza. Non la speranza degli illusi, quella viene dispensata in abbondanza e gratuitamente dalla propaganda, ma la speranza di chi ha attraversato il deserto della disperazione. Non l’inane  l’ottimismo di chi a certe brutte cose non ci vuole neppure pensare, ma il pessimismo metabolizzato da chi ha guardato in faccia la realtà.
È proprio in questa epoca di abbandono, di perdita di ogni prospettiva e di orizzonte di senso che la speranza può farsi sentire con tutta la sua forza. Speranza è la fede che nulla è già scritto in anticipo, è l’aspirazione all’impossibile.   La speranza è quella che anima l’agnostico Charbonneau a cercare la scintilla che possa ravvivare la sopita fiamma della libertà; è la forza che spinge il cristiano Ellul a costringere il Dio vivente a rompere il suo silenzio per mantenere la parola data. È l’impulso che spinge noi eredi di questo mondo malato a non disperare e a continuare a pensare e ad agire per un uomo ed un mondo rinnovati.  Una speranza contro ogni speranza.

Fonte: L’Urlo della Terra, letto come intervento al settimo incontro internazionale “Tre giornate contro le tecnoscienze”, Luglio 2025, www.resistenzealnanomondo.org