Il diritto internazionale? In fondo in fondo, esso non esiste!

 

Venezuela, Groenlandia, Ucraina, Gaza: le violazioni del diritto internazionale si moltiplicano, portate avanti da potenze che sembrano voler sostituire la struttura interstatale nata nel 1945 con una logica imperiale. Dietro il ripetuto spettacolo della violazione delle norme, si rivela una crisi più profonda – non congiunturale ma strutturale – nelle ambivalenze stesse del fondamento del diritto internazionale e nelle forme eterogenee che assumono oggi gli imperialismi russo, americano e cinese nel loro rapporto con tale diritto.


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C’è un malessere nel diritto internazionale. Niente di nuovo, si dirà, tanto è comune elencare le violazioni flagranti e umilianti che gli vengono inflitte dalle politiche di potere. Venezuela, Groenlandia, Ucraina, Gaza… l’elenco dei nomi propri attorno ai quali si snodano le nostre lamentele è aperto. Quello che, sotto la penna di Kant, era definito un «progetto di pace perpetua» sembra talvolta ridotto a un «progetto di indignazione perpetua», come se l’unico effetto di questo diritto fosse quello di riportarci alla constatazione che, in fondo, esso non esiste.

Il cinismo della Realpolitik potrebbe quasi apparire come una sana reazione di rifiuto nei confronti di un’istituzione che, evidentemente, non è in grado di avere il potere regolatore che rivendica e che le dà ragione d’essere.

Il malessere di cui vorremmo parlare qui ha origini più profonde. Non è congiunturale, ma strutturale. Non dipende solo dallo spettacolo ripetuto della trasgressione di una norma stabilita, ma dall’ambiguità stessa dello status di questa norma e dalle ambivalenze del suo fondamento.

Contrariamente al diritto interno dello Stato, verticale e ben consolidato, o che si suppone tale, il diritto internazionale ci rimanda allo spettacolo di un diritto in divenire, che intreccia rappresentazioni eterogenee e conflittuali dell’ordine internazionale. Per uscire da questo malessere, per uscire dall’oscillazione nauseante tra indignazione e cinismo che esso provoca, dovremmo cercare di chiarire le nostre rappresentazioni. Forse, paradossalmente, riconoscere meglio le debolezze del diritto internazionale sarà un modo per rendergli più giustizia e rafforzare il riconoscimento della sua importanza.

Il diritto internazionale, in quanto diritto interstatale, si basa sull’immaginario di una cartografia regolare, di Stati-nazione sovrani, chiaramente delimitati territorialmente, definiti giuridicamente dalla loro «uguaglianza sovrana», secondo l’espressione dell’articolo 2-1 della Carta delle Nazioni Unite. La “sovranità” rimanda alla verticalità dell’autorità interna: ogni Stato è considerato padrone in casa propria, senza essere soggetto ad alcuna autorità se non a se stesso. L’“uguaglianza” rimanda all’orizzontalità della coesistenza con altre entità definite in un rapporto di analogia tra loro. Questa uguaglianza sovrana, sintetizzata nel classico adagio «par in parem non habet jurisdictio» («un pari non ha giurisdizione su un pari»), rappresenta una razionalizzazione delle relazioni interstatali. Questo era il progetto dell’Illuminismo, espresso in particolare da Kant, che trovò una prima bozza nella Società delle Nazioni poi nell’ONU dopo il 1945.


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In questo libro emerge il contributo che il pensiero di Kant può offrire alla discussione di alcuni problemi che sono al centro del dibattito politico contemporaneo, quali la fondazione di un nuovo diritto internazionale, l’istituzione di ordinamenti sovranazionali, il rispetto dei diritti umani, l’immigrazione. A quest’ultimo problema è dedicata l’appendice dove, dialogando con Derrida, l’autrice mette alla prova — per così dire — su questo tema il pensiero di Kant, mostrandone la forza propositiva e la sorprendente attualità.


La struttura interstatale, in quanto griglia di lettura del diritto internazionale, ne costituisce per così dire l’infrastruttura giuridica, che si materializza nella distribuzione fisica dei 193 seggi dell’Assemblea Generale, ciascuno dei quali corrisponde a uno degli Stati del mondo.

Molto spesso, quando si invoca una «violazione del diritto internazionale» – di fronte a un’invasione o a un’ingerenza – ci si riferisce alla violazione di questo quadro generale e facilmente comprensibile da tutti, più che a un’infrazione propriamente costituita formalmente nel diritto internazionale dai giuristi professionisti, che sono peraltro professionalmente formati per dimostrare il contrario dei loro colleghi. L’intuizione estetica di una divisione giuridico-politica omogenea del pianeta, che definisce uno spazio pubblico mondiale comprensibile, esercita sull’immaginario una forza normativa, senza dubbio maggiore del semplice formalismo giuridico, e contribuisce a dargli senso ed efficacia.

Ma se la «sovranità uguale» crea l’immagine di un tessuto politico omogeneo che presenta una griglia politica razionalizzata del pianeta, tale tessuto è più simile a un «patchwork» che a un’assemblea democratica. Questa suddivisione egualitaria appartiene all’immagine idealizzata, o al libro per bambini sui paesi del mondo, e soffre di una profonda distorsione, sia sul piano materiale che su quello formale.

Sul piano materiale, il mondo è diviso in modo estremamente ineguale tra superpotenze di dimensioni quasi continentali, Stati medi di tipo europeo e Stati di piccole o piccolissime dimensioni, con potenze militari ed economiche molto variabili. Sul piano formale, non è vero che tutti gli Stati siano giuridicamente uguali, in particolare a causa del diritto di veto delle potenze del Consiglio di Sicurezza, né che abbiano tutti uguale accesso al diritto, né che abbiano lo stesso interesse a ricorrervi.

In realtà, come osservava già nel 1945 il giurista Hans Kelsen, l’espressione «uguaglianza sovrana» è un ossimoro: o c’è uguaglianza o c’è sovranità. Laddove c’è sovranità, non può esserci un’istanza superiore che determini un obbligo di uguaglianza nei confronti degli altri Stati; viceversa, se c’è uguaglianza, ciò rappresenta una rinuncia alla sovranità, questo termine mantiene solo un significato relativo di autorità suprema all’interno della propria società, ma, all’esterno, significa sottomissione alle esigenze della comunità internazionale, il che concretamente significa sottomissione a coloro la cui potenza permette di esserne i garanti. Uguaglianza significa infatti dipendenza, in un gioco di inganni tra uguaglianza formale e disuguaglianza reale.


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Così, proprio come la cartografia politica non è sempre congruente con la cartografia fisica, la cartografia della sovranità, se con questo termine si intende la realtà della distribuzione del potere, non è congruente con la semplice suddivisione dei confini e implica attori tra i quali esistono grandi sproporzioni – senza nemmeno parlare qui degli attori non statali, come le imprese transnazionali, il cui ancoraggio giuridico rimane comunque dipendente dalla struttura interstatale.

L’attualità recente, in cui si giocano politiche neoimperialiste condotte sia dal Cremlino che da Washington, ha fatto passare in secondo piano la questione della concorrenza tra sovranità politiche e potenze economiche. È il ritorno della questione della concorrenza tra Stati e Imperi. La struttura interstatale è messa in concorrenza con la rappresentazione di un’altra struttura, su scala più ampia: la struttura continentale.

Il diritto internazionale non è, in questi casi critici, uno strumento sovraordinato che permette di regolare i conflitti: è esso stesso oggetto del conflitto. Al di là della cattura di un presidente o della conquista di un territorio, si tratta di una lotta per la forma stessa della comunità internazionale: quale sarà il principio dominante: l’uguaglianza o la sovranità? A questo proposito si parla del ritorno di Carl Schmitt[1]. Ma quale Carl Schmitt?

Già nel 1927, in La nozione di politica, Carl Schmitt diagnosticava il declino della forma tradizionale dello Stato. Qualche anno dopo, colui che per un certo periodo aveva voluto essere il giurista ufficiale del regime nazista teorizzò, nel 1939, una teoria dei «grandi spazi», che avrebbe dovuto corrispondere al declino dello Stato europeo, proclamando: «È noto da tempo che questo concetto invasivo di Stato come concetto centrale del diritto internazionale non esprime più la verità né la realtà».

Questi «grandi spazi», secondo il giurista, non cancellerebbero le identità degli Stati, che continuerebbero a sussistere al loro interno. Ma gli Stati sarebbero subordinati a uno Stato dominante, che ne determinerebbe, su scala continentale, i regimi economici, strategici e giuridici. La sovranità reale cambierebbe di livello e l’uguaglianza si giocherebbe tra questi grandi attori imperiali – uguaglianza di avversari, non di partner giuridici.

Carl Schmitt cercava di produrre una giustificazione dell’imperialismo nazista che non riprendesse i termini direttamente razzisti e biologici dello «spazio vitale», ma che legittimasse l’espansionismo tedesco nella prospettiva di un equilibrio tra grandi potenze. La sfida, per Schmitt, era quella di delineare i contorni di un «grande spazio» europeo, in grado di far fronte a quella che Heidegger aveva definito «la morsa» tra gli Stati Uniti e la Russia sovietica, che erano, secondo il filosofo, «entrambi, dal punto di vista metafisico, la stessa cosa[2] ».

La piccola entità dello Stato europeo non era più la scala di lettura pertinente del «nomos della terra», espressione con cui Schmitt designa la distribuzione della struttura politico-giuridica su scala mondiale. Solo i «grandi spazi» sarebbero in grado di rifondare un ordine mondiale – un Jus Publicum Orbis Terrarum, per così dire – in un equilibrio di poteri analogo a quello che si supponeva fosse il «Jus Publicum Europaeum» dell’Europa cosiddetta «westfaliana» del XVII-XVIII secolo.

Oggi si prospetta una nuova suddivisione del mondo tra grandi imperi, che pone la questione dell’obsolescenza degli Stati e, con essi, della stessa struttura interstatale e del diritto internazionale ad essa collegato. Il discorso eurasiatico di Putin, le ambizioni cinesi riguardo a Taiwan, la escalation imperialista di Trump e il suo riferimento alla Dottrina Monroe (1823), fanno esplicito riferimento alla teoria dei «grandi spazi» di Schmitt. Quest’ultimo, nella Teoria del partigiano del 1963, presentava ancora questa nuova suddivisione interimperiale del mondo come garanzia di un futuro equilibrio pacifico delle potenze. A sostegno della sua diagnosi, citava una poesia di Mao:

«Se potessi, appoggiato al cielo, sguainare la mia spada

Per tagliarti in tre pezzi!

Ne darei uno all’Europa,

Uno all’America,

E ne terrei uno per la Cina!

Mondo in pace…»

In realtà, al di là delle apparenti somiglianze nei discorsi e nelle imprese imperialistiche delle tre potenze che oggi sembrano attualizzare questo programma di spartizione del mondo, il modo in cui esse si riferiscono al diritto interstatale è eterogeneo, basandosi addirittura su motivazioni del tutto opposte. Queste differenze sono rappresentative delle ambivalenze interne di questo diritto interstatale. Occorrerebbe analizzare, con maggiore accuratezza di quanto sia possibile fare qui, le variazioni di queste rappresentazioni, tra critica e strumentalizzazione del diritto per servire meglio un discorso di legittimazione imperialista che gioca contemporaneamente su tutti i fronti.

Ci limitiamo a sottolineare i seguenti punti.

Per quanto riguarda la Cina, nel suo rapporto con Taiwan, sembra essere rivendicata piuttosto la conformità al diritto interstatale, piuttosto che il suo disprezzo. Il diritto internazionale dell’ONU riconosce già il principio di “una sola Cina”, aprendo la strada giuridica alla subordinazione di Taiwan alla sovranità della Repubblica Popolare Cinese. La Cina non cerca e non ha interesse a violare le regole del diritto interstatale, ma piuttosto a farle valere. Data la spropositata potenza reale rispetto alla maggior parte degli altri Stati all’interno di questa struttura, ha tutto da guadagnare rimanendo al suo interno, poiché tutto sommato ne esce vincitrice, fintanto che Taiwan non viene riconosciuta come uno Stato sovrano a pieno titolo.

Certo, non bisogna sottovalutare la realtà dell’imperialismo cinese, che si esprime nelle “Nuove Vie della Seta” e nello schieramento della sua armata nel Mar Cinese Meridionale, a scapito delle Filippine e in spregio all’arbitrato internazionale. Tuttavia, rispetto alla Russia di Putin o agli Stati Uniti di Trump, la Cina non rinnega apertamente il diritto interstatale esistente e continua a sostenere l’ONU. Si può quindi dire che il suo imperialismo passa attraverso il diritto interstatale classico, che essa cerca piuttosto di strumentalizzare che di rinnegare.

Il fatto che l’egemone mondiale voglia tornare a essere una potenza regionale coglie completamente di sorpresa l’Europa, per non parlare del resto del mondo e di gran parte degli stessi americani.

Nel caso della Russia, invece, la conquista dell’Ucraina rappresenta il peccato capitale del diritto interstatale, la violazione dell’articolo 2-4 della Carta delle Nazioni Unite, che proibisce l’uso della forza contro l’integrità territoriale di un altro Stato. Questa aggressione deriva chiaramente dal sentimento di essere stati i perdenti di questa rappresentanza interstatale. L’ONU e la NATO sono presentate come le punte di diamante della disgregazione dell’impero sovietico, guidate in particolare dagli Stati Uniti. E, in effetti, è proprio la rappresentanza della struttura interstatale che ha sostenuto le rivendicazioni di emancipazione degli ex Stati dell’URSS, poi quelle di aderire alla NATO.

Non è un caso che Anton Alikhanov, governatore di Kaliningrad – ex Königsberg, città natale di Kant – abbia potuto dichiarare, nel febbraio 2024, che l’attuale disordine mondiale era «colpa di Kant», colpevole, tra gli altri peccati, di aver concepito una suddivisione interstatale artificiale rispetto alle realtà politiche organiche rappresentate dal «vicino estero» e, più in generale, dal panslavismo e dall’eurasianismo. Da qui la contestazione della validità dei confini ucraini, e persino dello status dell’Ucraina come Stato. Da qui anche l’affermazione di uno scontro civile con l’Europa: perché il rapporto di quest’ultima con l’interstatalità non è solo un gioco in cui la Russia sarebbe stata perdente, ma anche un affronto a un’altra concezione dell’identità politica, una minaccia strutturale alla «grande Russia» e, in fondo, un segno di una presunta debolezza congenita dell’Europa democratica.

Se, alla luce delle nostre abitudini giuridiche, può sembrare estremamente sorprendente che nel 2014 Putin abbia intrapreso una simile aggressione, la sorpresa, per gli europei, si trasforma in stupore e sconcerto assoluto quando lo stesso gesto viene compiuto, o brandito come minaccia, da parte degli Stati Uniti.

Tuttavia, non è la prima volta che gli Stati Uniti hanno giocato un gioco ambiguo con il diritto interstatale. Primi promotori e finanziatori dell’ONU, ne sono anche i primi detrattori: basti citare l’invasione dell’Iraq nel 2003 senza alcun mandato o il persistente rifiuto di aderire alla Corte penale internazionale. Tuttavia, vista dall’Europa, questa poteva sempre apparire come una variazione sul tema «Quis custodiet ipsos custodes? » – «Chi custodirà i custodi?» – dal momento che queste scorribande erano dirette contro nemici comuni all’Europa e agli Stati Uniti. Ciò che è incomprensibile è che questa politica sia ora diretta contro l’Europa.

L’ONU non avrebbe dovuto, in fin dei conti, servire gli interessi degli Stati Uniti, assecondandoli, consentendo loro di parlare una lingua comune con l’Europa, approfittando al contempo delle divisioni di quest’ultima, fungere da leva per la decolonizzazione, per la disgregazione dell’URSS – è così che l’ha intesa la Russia – e allo stesso tempo da soft power, ponendo gli Stati Uniti in una posizione egemonica sul mondo intero, senza nemmeno vietare loro di derogare alle regole del gioco di cui sembravano essi stessi tirare le fila? Allora perché questo cambiamento? Come interpretare l’abbandono di questa struttura comune che sembrava avvantaggiarli sia ideologicamente che materialmente?

Per gli europei, la sorpresa deriva dal fatto che gli Stati Uniti si allontanano e revocano una struttura che si pensava, in modo più o meno diffuso, fosse l’espressione del loro potere, poiché era anche il segno della nostra dipendenza da loro. Il fatto che l’egemone mondiale voglia tornare a essere una potenza regionale e rompere completamente con il modo di pensare dell’Europa, vedendola come una minaccia e una sanguisuga, coglie di sorpresa l’Europa, per non dire il resto del mondo e gran parte degli stessi americani.

Dobbiamo pensare che ci sia un errore di diagnosi da parte di Trump e dei suoi accoliti? Non è da escludere un fraintendimento dei loro reali interessi a favore di un populismo elettorale, un po’ analogo alla “Brexit “, ma su scala mondiale? Mimeticismo virilista da parte di Trump, che crede di giocare meglio nel campo dei grandi copiando i modelli dittatoriali di Cina e Russia, con il sogno di rimanere al potere per sempre? Sensazione di essere, a loro volta, i perdenti di questo sistema, di cui sarebbero beneficiari l’Europa e, peggio ancora, gli Stati dell’America del Sud — e di tutti coloro che pretendono di sfuggire alla super-sovranità statunitense?

Se la Russia e gli Stati Uniti sembrano convergere in una riconfigurazione della scala di lettura delle relazioni internazionali, favorendo una suddivisione interimperiale, a scapito di un’Europa incastrata tra i due, ancorata per necessità alla struttura interstatale, ciò avviene da orizzonti di partenza diametralmente opposti: la Russia perché vede in questa struttura l’espressione nascosta dell’imperialismo americano; gli Stati Uniti (di Trump) perché vi vedono l’espressione di un modo di pensare europeo che sarebbe diventato un ostacolo alla libera espressione del loro potere.

Pertanto, le forme dell’imperialismo non sono omogenee e la loro articolazione con il concetto di Stato rimane ambigua. Nel suo ultimo articolo, nel 1978, lo stesso Carl Schmitt modificò ancora una volta la sua interpretazione. Era inevitabile constatare, diceva in «La rivoluzione legale mondiale», che «nel suo cammino verso l’unità, la politica mondiale non può rinunciare ai grandi mezzi offerti dalla legislazione statale. Essa non può infatti fare altro che percorrere la stretta via della legalità statale e della costituzione dello Stato; deve adattarsi ad essa finché non riuscirà a trasformarla».


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Le teorie sul totalitarismo hanno spesso presentato il limite di trascurare le differenze fra il fascismo, il nazismo e il comunismo. In quanto rivoluzionarie, queste ideologie muovevano dalla convinzione della presenza nella storia di una dialettica da valorizzare per innescare la rottura rivoluzionaria. Diversa era però l’origine della dialettica. È sulla diversità di queste origini che la teoria politica e la storiografia devono insistere, per non ridurre la categoria di “totalitarismo” a una notte in cui tutte le vacche sono nere.

Mentre per il comunismo l’immanenza della dialettica era ritenuta insufficiente perché, ad avviso di Lenin, era demandato al partito rivoluzionario il compito di guidare le masse nel corso della storia, il nazismo muoveva dalla convinzione che la dialettica fosse stata introdotta nella storia dall’ebraismo. Dunque, se per il comunismo la dialettica aveva un significato positivo, per il nazismo aveva un significato negativo. Quanto al fascismo, la dialettica era declinata in una chiave attivistica, quale scontro permanente fra il fascista e il mondo: era il fascista a creare la dialettica nella realtà storica.


Schmitt metteva così in luce il potere persistente della griglia di lettura interstatale, in quanto essa rimane il linguaggio comune del diritto internazionale. Non è così facile liberarsi della concettualità statale, tanto lo Stato è il vettore della globalizzazione, lontano dal renderlo obsoleto.

Va quindi sottolineato, per concludere, che gli stessi che rivendicano l’imperialismo continuano tuttavia a parlare il linguaggio dello Stato. È Putin che si indigna per l’operazione degli Stati Uniti in Venezuela, in nome della sovranità statale classica. Anche l’invasione dell’Ucraina è legittimata nei termini di un discorso classico sulla sovranità dello Stato russo, basato sulla negazione dello status dell’Ucraina come Stato sovrano. La difesa delle minoranze, come modalità di ingerenza in un altro Stato è la leva tipica con cui una potenza giustifica un attacco imperialista basandosi sul principio della sovranità statale.

Anche il discorso trumpista rimane basato su una concezione fortemente statale, strutturata dall’immaginario della frontiera esterna: dazi doganali, rimpatrio dei migranti irregolari, integrazione statale della Groenlandia: l’immaginario trumpista è più quello di un allargamento dello Stato che quello di un «grande spazio»: un regno, oltre che un impero.

Se l’orizzonte di un grande federalismo interstatale mondiale sembra perdere slancio, anche una divisione interimperiale sotto forma di equilibrio di “grandi spazi” appare semplicistica. La sequenza che si profila sarà piuttosto quella di una rivalità tra diversi modelli di diritto internazionale, in cui alcuni attori non esiteranno a tenere un doppio linguaggio, a seconda dei loro interessi del momento.

È possibile che all’ONU la Cina finisca per diventare la migliore difensore della “parità sovrana”, ovvero della classica interstatalità, riunendo sotto la sua egida una coalizione inaspettata formata dagli Stati europei e da alcuni Stati del Sud. La Russia, dal canto suo, emarginata e indebolita dalla guerra perpetua in Ucraina, rimarrà bloccata sulla sua potenza nucleare e sulle sue ambizioni continentali, che faticano a nascondere indefinitamente il suo reale status di potenza regionale media.

Infine, gli Stati Uniti continueranno a giocare il doppio gioco dell’Impero e dello Stato, per affermare il loro dominio economico e strategico, non solo sull’emisfero occidentale, ma anche ben oltre. Non è da escludere che il “Consiglio per la Pace” fondato da Trump diventi effettivamente il club degli Stati affiliati alla politica statunitense, strumento di un’egemonia mondiale a viso scoperto, che non dovrà preoccuparsi di aggirare le vecchie procedure delle Nazioni Unite. Continuerà tuttavia ad avere a che fare con l’ONU come avversario e concorrente nella corsa alla rappresentanza globale.

È certamente azzardato fare previsioni in materia di politica mondiale. Si può tuttavia pensare che la struttura interstatale continuerà a rappresentare un desiderio di intelligibilità della scena internazionale sul modello di una futura democrazia mondiale. L’Europa, madrepatria di questa struttura interstatale, non conosce altro linguaggio, vi è imprigionata dalla sua storia, perché è costruita sul doppio rifiuto ideologico del proprio imperialismo: l’imperialismo coloniale, extraeuropeo, e l’imperialismo nazista, intraeuropeo.

È su questo doppio rifiuto fondante che gli attuali Stati europei hanno costruito la loro identità e la concezione che hanno di sé stessi e della cartografia mondiale. È la loro debolezza e la loro forza. Il loro fardello e la loro responsabilità. La loro debolezza perché, disuniti, non hanno alcun peso di fronte alle grandi potenze. La loro forza, perché sono loro a parlare l’unica lingua possibile del diritto internazionale, la lingua interstatale, che rimane la lingua di autolegittimazione dei suoi stessi detrattori e che sarà sempre la lingua di coloro che resistono loro.

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Note

[1] Si veda ad esempio la cronaca di France Inter «Carl Schmitt, il nazista che ha pensato il mondo di Trump», giovedì 15 gennaio 2026. O ancora l’articolo di Anne-Sophie Moreau, «Carl Schmitt, ritorno in grande stile?», Philosophie Magazine, 14 gennaio 2026.

[2] Heidegger, Introduzione alla metafisica (1935), tradotto dal tedesco da Gilbert Kahn, Gallimard, 1967, pp. 49-50.

Autore: Emmanuel Pasquier è Filosofo.

Fonte: AOCMedia


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