La lunga eclissi della sinistra italiana

 

L’8 ottobre l’Italia ha approvato la nuova legge elettorale voluta da Giorgia Meloni: ritorno al sistema proporzionale, ma con un premio maggioritario studiato su misura per garantire alla coalizione uscente una maggioranza schiacciante nel 2027. Una manovra resa tanto più agevole dal fatto che la sinistra italiana si è ormai dissolta: tre decenni di conversione neoliberista, dal PDS al Partito Democratico di Renzi, hanno trasformato il suo voto di classe in un voto di classe al contrario.Le elezioni nazionali del 2027 si avvicinano e la costellazione della destra e dell’estrema destra italiana è saldamente al potere, in assenza di un’opposizione seria.


Novità

Comprendere la società e la politica sociale

Giorgia Meloni guida ormai il governo più longevo della storia della Repubblica italiana (il 4 settembre ha festeggiato a Bari, in evidente assenza dei suoi alleati, i suoi 1.413 giorni) e la stampa internazionale si entusiasma nuovamente per questa capo di Stato che ha « aperto la strada al potere all’estrema destra  » « fondendo populismo e moderazione ». La sua posizione appare tanto più forte sul piano internazionale, in quanto il futuro dei governi europei vacilla dalla Francia alla Germania, dalla Gran Bretagna alla Spagna.

Unica nota stonata, la presenza fastidiosa dell’ex generale Roberto Vannacci e del suo nuovo partito, Futuro Nazionale, accreditato nei sondaggi all’8% delle intenzioni di voto — quasi il doppio della Lega e leggermente davanti a Forza Italia. Un partito che si autodefinisce la «vera destra» e che già rivendicherebbe 130.000 iscritti. Per quanto riguarda la «sinistra», la costituzione di quello che essa definisce il «campo largo» (l’ampio campo dell’opposizione) si riduce sempre più a un’agitazione scheletrica e disordinata, ben al di sotto delle sfide che il 2027 pone in Italia come altrove, e della situazione del Paese. Un’occasione per tornare sulla disgregazione della sinistra italiana, sulle sue ragioni e sulle sue conseguenze…

Quasi un quarto di secolo fa, il regista Nanni Moretti esclamava: «Con questo tipo di leader, non vinceremo mai». Era la sera del 2 febbraio 2002, dopo una manifestazione con lo slogan «la legge è uguale per tutti», una delle numerose mobilitazioni di massa contro Silvio Berlusconi a cui avevano partecipato membri della coalizione di centro-sinistra, allora chiamata l’Ulivo. Qualche mese prima, quest’ultima aveva perso le elezioni nazionali, segnando il trionfale ritorno al potere di Berlusconi e della sua coalizione: Forza Italia ottenne circa 4 milioni di voti in più rispetto ai Democratici di Sinistra (antenati del Partito Democratico), grazie al voto dei pensionati, dei disoccupati e delle casalinghe[1].

Nanni Moretti incarnava allora meglio di chiunque altro il «senso disarmante di insignificanza» dei leader del centro-sinistra, quel «centro-centro-sinistra» di cui già si prendeva gioco nel suo film Aprile (1998). Immobili e impacciati, Francesco Rutelli (ex sindaco di Roma) e Piero Fassino (allora segretario dei Democratici di Sinistra) subiscono l’attacco: «Che mancanza di rispetto», proseguiva Moretti, «per le opinioni delle elettrici e degli elettori. […] Ci si aspettava un po’ di autocritica sulle scelte degli ultimi anni, sulla timidezza, sulla moderazione, sul fatto di non saper più parlare alla testa, all’anima e al cuore della gente. La burocrazia che mi sta alle spalle non ha capito nulla di questa serata.»

Dietro di lui c’è anche Massimo D’Alema, ex membro del Partito Comunista, uno dei fondatori, al Congresso del 1991, del Partito Democratico di Sinistra, poi presidente del Consiglio dal 1998 al 2000 — lo stesso D’Alema a cui Moretti si rivolgeva davanti al televisore in una scena ormai famosa dello stesso film, in silenzio di fronte alla logorrea di Berlusconi nel programma di Bruno Vespa, Porta a Porta (ancora in onda nel 2026): « D’Alema, reagisci ! Rispondi ! Di’ qualcosa ; […] di’ una cosa di sinistra, di’ anche qualcosa che non sia di sinistra, una cosa di umanità. Di’ qualcosa, reagisci, rispondi !» Il grido d’allarme di Moretti non sarà ascoltato né nel 1998, né negli anni successivi…

Una lunga eclissi

Il politologo Marco Revelli formulava questa constatazione senza compromessi sulle pagine de Il Manifesto: « Bisognerà prenderne atto una volta per tutte, se non altro per decenza intellettuale […] la sinistra non esiste più. […] È scomparsa persino la parola. La sua identità politica, un tempo tendenzialmente egemonica, non ha più corso legale. L’acqua in cui eravamo abituati a nuotare da sempre si è ritirata lontano, molto lontano, e noi restiamo qui, abbandonati sulla sabbia come ossa di seppia. Inariditi e spogliati. Non si tratta di una sconfitta storica […], è piuttosto un “esodo”. »

Revelli parlava allora di un prosciugamento delle potenzialità che la sinistra italiana aveva portato con sé, sulle cui macerie nulla sembra voler fiorire — una casa in rovina sulle cui fondamenta non è più possibile proiettare verso il futuro la trama spezzata delle lotte del passato. Questa constatazione, formulata nel 2018 all’indomani delle elezioni nazionali, fa seguito alla formazione del governo definito allora «laboratorio pratico di una nuova destra[2] », guidato da Matteo Salvini (Lega), Luigi Di Maio (M5S, allora guidato da Beppe Grillo) e Giuseppe Conte, allora esordiente in politica, oggi leader del M5S.

Il 2018 si presenta come il culmine di un processo di decomposizione iniziato alla fine degli anni ’80 e accelerato all’inizio degli anni 2000, proprio nel momento in cui le ondate di mobilitazione che Nanni Moretti guidò per un certo periodo con i suoi Girotondi («in tondo, bel tondo») sembravano invece aprirgli nuove strade. Queste ondate rivelano una svolta epocale per una parte della popolazione, quella che lo storico Paul Ginsborg identificava nelle «classi medie riflessive»: professioni del terziario e del servizio pubblico, dotate di una maggiore coscienza civica di fronte ai danni causati da un consumo irresponsabile e al legame tra scelte private e beni pubblici.

Inizialmente guidati da dipendenti pubblici di età superiore ai quarant’anni, questi movimenti lasciano poi spazio a una mobilitazione di giovani che, per la prima volta dal 1945, si trovano ad affrontare un declassamento sociale. Il Popolo Viola, organizzato su Facebook (è l’inizio delle vaste mobilitazioni promosse tramite i social network), incarna questa contestazione morale e legalista contro Berlusconi, al di fuori dei partiti, con il suo «No-B Day» del 5 dicembre 2009 che radunò 300.000 persone a Roma attorno a un colore deliberatamente apolitico. Il M5S di Beppe Grillo riprenderà poi queste rivendicazioni, estendendole all’intera «casta politica », svuotandole però della loro portata sociale critica[3].

L’eclissi della sinistra italiana precede lo scioglimento formale del Partito Comunista Italiano (PCI): incapaci di contrastare il berlusconismo, le organizzazioni di sinistra perdono la loro tendenziale egemonia politica e culturale, proprio mentre il PCI, al suo apice, aveva mobilitato una combinazione di energie popolari e intellettuali senza pari. Fin dall’inizio degli anni ’90, questo declino si traduce in una successione di «alternative» di governo portate avanti dalle direzioni piuttosto che dalla base: Partito Democratico di Sinistra (PDS, 1991), Democratici di Sinistra (DS, 1998), poi Partito Democratico (PD, 2007, fusione con i cattolici moderati).

Quest’ultima mutazione porta a compimento la trasformazione: il PD diventa il partito della destra «benpensante e rispettabile», l’altra destra, quella della borghesia modernista sul modello del Partito Democratico statunitense — senza rendersi conto della carica potenzialmente distruttiva insita nell’abbandono del proprio bacino elettorale tradizionale, che sostituisce solo in parte con la clientela eterogenea e instabile dei «vincitori della globalizzazione [4]». L’abbandono del proprio bacino elettorale si accompagna a una rinuncia ancora più profonda alle idee stesse di giustizia e uguaglianza. Lungo il percorso, il PD recide l’«apparenza» degli ultimi legami storici che lo univano ancora a un patrimonio di lotte popolari per l’emancipazione sociale, condannandosi al suicidio politico.

Dalla fine degli anni ’90, ogni volta che sono stati al governo, i governi di «centro-sinistra» sono stati gli zelanti artefici del risanamento di bilancio europeo — liberalizzazioni, privatizzazioni, tagli alle pensioni, attacchi al diritto del lavoro —, in nome di un superamento pragmatico della divisione destra-sinistra. La caduta del muro di Berlino, il crollo dei partiti comunisti in Europa, la fine della socialdemocrazia del dopoguerra — quella dei Trenta Gloriosi — sono andati di pari passo con il processo di costruzione europea e l’adesione dei suoi leader ai suoi principi.

Tra giugno 1996 e marzo 1997, l’esecutivo guidato da Romano Prodi approvò emendamenti di bilancio per oltre centomila miliardi di lire, un «risanamento senza precedenti nella storia italiana», per stessa ammissione del presidente del Consiglio, che colpì soprattutto le fasce più deboli della popolazione; Marco Revelli definì questi leader «privatizzatori sistematici di quasi tutto», citando in particolare Pier Luigi Bersani, ministro dello Sviluppo economico tra il 2006 e il 2008, che nel 2010 firmò un disegno di legge per la privatizzazione dell’acqua, mentre D’Alema spingeva verso un esecutivo rafforzato di tipo semipresidenziale.

L’evaporazione della sinistra segna la resa definitiva di quell’insieme eterogeneo che veniva chiamato il «popolo di sinistra», legato all’idea di emancipazione sociale, e del quale il cantante, compositore, attore e drammaturgo Giorgio Gaber ricordava nel 1992 che «[erano] due persone in una; da un lato, la stanchezza quotidiana personale, e, dall’altro, il senso di appartenenza a una specie che voleva spiccare il volo e cambiare davvero la vita»[5]. La sinistra si riduce così sempre più all’insieme di coloro che pensavano di appartenervi, senza necessariamente condividerne i valori fondamentali.

La politica del vuoto

Negli ultimi tre decenni, la sinistra italiana si è logorata, si è disgregata, «evaporata» dopo aver vissuto un apogeo senza pari nell’Europa del dopoguerra — un riflusso che sfocia nell’apparente vuoto attuale, dove la speranza si affievolisce e l’orizzonte dell’emancipazione sociale si allontana. Questa metamorfosi riguarda certamente oggi, in misura diversa, tutti i paesi europei, ad eccezione della Francia. Ma il suo ruolo di precursore è qui accompagnato da un estremismo senza pari, il cui impatto è particolarmente devastante, anche per la sinistra della sinistra. Così, nel 2006, Rifondazione Comunista — colonna portante della grande manifestazione altermondialista di Genova (2001) — rinuncia, in nome del «male minore», il «movimentismo lirico» per schierarsi con la coalizione di governo centrista di Romano Prodi, condannando a lungo termine la sinistra radicale all’impotenza o alla capitolazione, per non aver colto appieno la portata del cambiamento in atto.

Come sottolineava Giorgio Gaber, il «sogno si è rimpicciolito» e non resta che «la persona divisa in due: da un lato, quella che attraversa ossequiosamente la grigia quotidianità della propria sopravvivenza e, dall’altro, il gabbiano che non ha nemmeno più l’intenzione di volare. Due miserie in un unico corpo». La sinistra non riesce più a rappresentare un’alternativa credibile per i più oppressi, e dalle sue ceneri sorge, tra le altre cose, il «partito» dell’astensionismo. « So, scriveva a questo proposito Francesco Merlo su La Repubblica, che si tratta di un paradosso difficile da digerire, ma quasi ci dispiace per quel bambino che abbiamo gettato via con l’acqua sporca del comunismo nel 2008; il bambino della sinistra radicale che dava un orizzonte alla rabbia sociale e una razionalità alle mille paure che oggi alimentano la destra[6]. »

Questa deriva è accompagnata da una crisi di fiducia che colpisce le istituzioni: il susseguirsi di governi cosiddetti «tecnici» e/o privi di legittimità elettorale (Carlo Azeglio Ciampi tra il 1993 e il 1994, Lamberto Dini tra il 1995 e il 1996, Mario Monti tra il 2011 e il 2012, Enrico Letta tra il 2013 e il 2014, Matteo Renzi tra il 2014 e il 2016, Paolo Gentiloni tra il 2016 e il 2018, Mario Draghi tra il 2021 e il 2022) mina la fiducia nello Stato, nei partiti e nel Parlamento. La democrazia diventa uno strumento di selezione delle classi dirigenti all’interno di una sfera predeterminata.

Pertanto, in nessun’altra democrazia europea le leggi elettorali sono state modificate con tanta frequenza come in Italia: dal 1993 sono già state approvate quattro leggi (tre delle quali sono state successivamente dichiarate incostituzionali), una quinta è appena stata approvata in Parlamento, voluta da Giorgia Meloni, che ne ha fatto approvare l’adozione a passo di corsa — combinando un premio maggioritario sproporzionato e liste chiuse, mira a garantire una maggioranza schiacciante alla coalizione uscente, lasciando al contempo ai leader di partito il potere di designare di fatto chi siede in Parlamento, un ulteriore passo verso l’autocrazia. Queste continue modifiche sono diventate un mezzo per regolare i conti interni alla scena politica, sempre più distaccata dalla realtà del Paese e dalla sua popolazione.

Secondo i dati più recenti dell’Istituto Nazionale di Statistica (Istat), dal 2012 al 2024 la fiducia degli italiani nello Stato, nel Parlamento e nei partiti rimane al di sotto del 50% [7]. Nel gennaio 2024, il 58% degli italiani invocava un « leader forte» e solo il 37% di loro vi vedeva un pericolo per la democrazia. Per quanto riguarda i partiti, se il 52% degli italiani di tutte le fasce d’età ritiene che la democrazia non possa funzionare senza di essi, questa percentuale scende al 46% tra i 18-25enni e al 36% tra i 30-44enni [8]. Nel dicembre 2025, il 28° rapporto sugli italiani e lo Stato rileva una fiducia nello Stato pari al 23% tra coloro che ritengono che le proprie condizioni sociali siano peggiorate.

«I partiti, in particolare, scrive Ilvo Diamanti, appaiono come un participio passato: partiti. Senza una meta precisa. E rischiano di trascinare lo Stato sulla loro scia.» Più di 6 italiani su 10 ritengono che la democrazia si sia indebolita negli ultimi anni, e 3 su 10 ritengono che il fascismo (qualunque cosa intendano con questo termine, probabilmente la visione fantastica diffusa da decenni dalla destra e dall’estrema destra) non sarebbe una cattiva soluzione — una percentuale che sale al 36% tra i 30-44enni, al 35% tra i 45-54enni e supera il 60% tra coloro che si identificano con la destra.

Come sottolineava Peter Mair in un articolo ormai famoso della New Left Review: «I cittadini passano dallo status di partecipanti a quello di spettatori, mentre le élite guadagnano più spazio per perseguire i propri interessi comuni.»[9] Mair parlava allora di uno «spazio vuoto», concetto che rimanda al doppio allontanamento delle classi popolari dalla politica elettorale (calo dell’affluenza alle urne, crollo delle adesioni ai partiti, perdita di fiducia) e della stessa classe politica. Questo disimpegno reciproco produce due effetti: da un lato, alimenta mobilitazioni antipolitiche — che alcuni definiranno, vagamente, populiste — che trasformano la classe politica e lo Stato, in quanto strumenti di mediazione (si pensi ai ripetuti attacchi di Beppe Grillo contro i sindacati), in un bersaglio di contestazione generalizzata; d’altra parte, il crescente allontanamento tra cittadini e dirigenti fa anche il gioco delle élite, che ne traggono spunto per rafforzare un modello decisionale delegato a esecutivi sempre meno legittimi e sempre più autoritari.

Una demolizione programmata

I partiti sono sempre più estranei alla società che dovrebbero «rappresentare». Assistono con indifferenza all’emorragia dei propri iscritti e militanti, a vantaggio di una burocrazia tecnica guidata da leader cosiddetti incontrastati. Il Partito Democratico ne costituisce senza dubbio il caso tipico: tra il 2011 e oggi, perde inesorabilmente il proprio radicamento territoriale e la propria base elettorale, trasformandosi in un «cartel party».

Ciò è particolarmente vero nel momento in cui Matteo Renzi ne prende le redini: tra il 2013 e il 2018, il fiorentino ha segnato il PD a fuoco, imponendogli uno stile rozzo, a immagine della durezza della sua politica nei confronti dei dominati, degli oppressi, dei subalterni. Figlio di un consigliere comunale democristiano, diventato sindaco di Firenze già nel 2009 e sostenuto dall’imprenditore Marco Carrai (vicino all’Opus Dei), ha fallito una prima volta alle primarie del PD nel 2012 contro Pier Luigi Bersani, prima di affermarsi come segretario nel dicembre 2013 con il 67,7% dei voti — un risultato ottenuto per il 72% al di fuori del partito. La sua campagna, basata sull’emarginazione dei «vecchi» dirigenti (da cui il suo soprannome di «demolitore»), alla revisione del programma e all’incarnazione di un ricambio generazionale, è stata facilitata dalla disgregazione di un partito trasformato in un semplice «spazio politico», come riconosce lo stesso Bersani nel suo discorso di dimissioni nel maggio 2013[10].

Renzi impone quindi un modello di «partito postmoderno»: una struttura snella, abbandonata dai propri militanti (-26% tra il 2013 e il 2015, ovvero circa 145.000 persone), in cui il leader diventa l’unico fulcro di un rapporto diretto — e in gran parte immaginario — con l’elettorato. Marco Revelli lo paragona al personaggio shakespeariano Iago, «brutale mascalzone e raffinato simulatore». Gode del sostegno di ambienti bancari e industriali — Denis Verdini, presto indagato per corruzione, ma anche Briatore, Marchionne o Carlo de Benedetti, quest’ultimo beneficiando ampiamente, una volta che Renzi è salito al potere, di agevolazioni fiscali e di informazioni privilegiate sulla riforma delle banche popolari.

Nel gennaio 2014, Renzi sigla con Berlusconi il Patto del Nazareno, un accordo sulla riforma costituzionale e sulla legge elettorale — un’intesa che Berlusconi giustifica riconoscendosi in lui[11]. Forte di questo accordo, spinge Enrico Letta verso l’uscita di scena con un tweet rimasto famoso («#enricostaisereno») e diventa presidente del Consiglio tre giorni dopo, nominato dall’allora presidente Giorgio Napolitano al di fuori di ogni quadro parlamentare.

Il suo manifesto politico — una prefazione al libro di Norberto Bobbio, Destra e Sinistra, ripresa in extenso da la Repubblica — invita a superare la divisione tra destra e sinistra a favore di un asse «conservazione/innovazione». Il suo discorso di insediamento al Senato, pronunciato con studiata disinvoltura, vuole essere «al limite della brutalità»: non si rivolge ai senatori, ma «all’Italia», promettendo le stesse riforme già avviate da Mario Monti. La stampa internazionale lo definisce il «Blair italiano»; alle europee del maggio 2014, il PD raggiunge il 40% dei voti — la legittimazione alle urne che Renzi aspettava. Il rinnovamento del partito sembra così riuscito che alcuni parlano della nascita di un nuovo «partito di destra[12] ».

Il sociologo Francesco Marchianò lo sottolineerà con acutezza nel giugno 2018, dopo l’ennesima sconfitta del PD alle elezioni locali: «Si potrebbe dire che il crollo di buona parte della zona rossa non fosse tanto visibile nella sconfitta di Renzi quanto nella sua vittoria. Il renzismo, infatti, prima di diventare un fenomeno nazionale, ha ottenuto i suoi primi successi proprio in molte province di quella zona. […] [Il suo successo] era il segno che si erano affermati nuovi valori, meno legati alla solidarietà e più vicini al neo-individualismo della società globale. Altrimenti, perché, in una regione precedentemente comunista, vincesse un giovane politico che inveiva contro lo Stato sociale, i sindaci, le tasse, la politica organizzata, e celebrava gli imprenditori, i pubblicitari, gli speculatori finanziari?» La vittoria di Renzi alle europee ne è un’altra manifestazione: il PD ha ottenuto i suoi migliori risultati nel nord-est della penisola, terra tradizionale della Democrazia Cristiana e poi della Lega Nord. Italo Calvino non scriveva forse che « l’ostinazione su cui si fonda il potere non è mai così fragile come nel momento del suo trionfo[13]?»

Sostanzialmente, il governo Renzi porta a termine il programma neoliberista avviato da Mario Monti: il Jobs Act abroga l’articolo 18 che protegge dai licenziamenti abusivi e infligge un colpo decisivo allo Statuto dei lavoratori conquistato a fatica durante l’«autunno caldo », le privatizzazioni si accelerano e la riforma «Buona scuola» apre la scuola agli sponsor privati e generalizza i tirocini non retribuiti. Questa offensiva raggiunge il suo apice con il progetto di riforma costituzionale, presentato come una modernizzazione «agile », ma che in realtà mira — in linea con un rapporto di J.P. Morgan del maggio 2013 che individuava esplicitamente nelle Costituzioni frutto della lotta antifascista degli ostacoli strutturali alla competitività — a rafforzare l’esecutivo.

Il referendum del dicembre 2016 che ne segue si trasforma in una cocente bocciatura: il 59,1% di «No», con un’affluenza record di quasi il 70%[14]. La mobilitazione va oltre la semplice sanzione contro Renzi; riunisce la società civile, la sinistra radicale, i sindacati di base e l’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia (ANPI) in nome della difesa della Costituzione del 1948. Il «No» prevale in modo decisivo nel sud del Paese e nelle regioni del nord-est dove la Lega è ben radicata. È inoltre maggioritario in quasi tutte le fasce popolari (disoccupati, lavoratori precari, giovani), ad eccezione degli anziani, che seguono maggiormente la linea del governo.

Costretto alle dimissioni, Renzi cede il posto a Gentiloni pur mantenendo il controllo del partito, che lo riconferma alla carica di segretario nel maggio 2017. Ma la sua stella sta tramontando: le elezioni del marzo 2018 sanciscono la debacle del PD, anche nelle sue ex roccaforti operaie. Dopo una serie di disastri elettorali a livello locale e il crollo del ponte Morandi a Genova nell’agosto 2018 — dove i sostenitori della privatizzazione vengono fischiati come responsabili della tragedia —, Renzi lascia infine il PD nel settembre 2019 per fondare Italia Viva.

Dalle sue dimissioni all’indomani della sconfitta del marzo 2018, il PD vede susseguirsi tre segretari fino al febbraio 2023, momento in cui Elly Schlein viene eletta con il sostegno di un milione di votanti; prima donna a ricoprire questa carica, si presenta come outsider contro Stefano Bonaccini, candidato dell’apparato, e si mostra estranea alla storia politica, culturale e sociale della sinistra italiana. In 24 ore, il PD raccoglie 4.000 nuove adesioni. Ma la giovane italo-americana si ritrova alla guida di un partito diventato essenzialmente una macchina elettorale fiacca, priva di una rete territoriale e di militanti in grado di tessere legami con la società civile — il PD ha perso, tra il 2013 e oggi, tra i 385.000 e i 485.000 iscritti.

Un voto di classe al contrario

Nel corso degli ultimi trent’anni, il PD è stato il portabandiera delle politiche neoliberiste. In questo modo ha perso una parte significativa della sua base elettorale, in particolare i dipendenti del settore pubblico e gli studenti — una delle spiegazioni più convincenti del tasso di astensione tra le sue file (un quinto degli elettori del PD del 2013 si si è astenuto nel 2018, una tendenza che rimane significativa nel 2022, quando il 15,7% degli elettori del PD del 2018 si è astenuto), e più in generale della vera e propria emorragia dei suoi elettori, che si sono dimezzati in dieci anni: da 12 095 306 nel 2008 a 6 134 72 7 nel 2018, una tendenza ulteriormente aggravata nel 2022, quando il PD ottiene solo 5 356 180 voti, ovvero una perdita di 820 000 voti rispetto al 2018 [15].

Allontanandosi sempre più dalla sua base tradizionale, il PD rivendica la propria trasformazione in partito di «centro», senza riuscire a conquistare un elettorato ormai instabile. «I demolitori della lotta di classe», scrive Loris Campetti, «quelli del Jobs Act, dei centri splendenti e delle periferie degradate, pensavano che si potesse conquistare il centro spostandosi al centro e vincere, perché l’elettorato avrebbe seguito come aveva sempre fatto in passato, forse -anche con il cappello in mano come i contadini senza terra della Puglia prima di Giuseppe di Vittorio [leader comunista del dopoguerra]; hanno invece scoperto che, quando si abbandonano alle fiamme dell’inferno gli operai, gli operai sollevano fiamme che, fuori controllo, finiscono per bruciare prima di tutto loro stessi.»

Solo un lavoratore su dieci ha votato per il PD alle elezioni del 2018, contro due su dieci per la Lega e quattro su dieci per il M5S[16]: il partito raggiunge chi non ha paura né del futuro né di perdere il lavoro, un’altra forma di privilegio, insomma, un voto di classe al contrario. Il PD è diventato anche il partito «dei pensionati»: nel 2018 è stato scelto in maggioranza, proprio come il suo alter ego Forza Italia, dagli over 65, come dimostra uno studio Ipsos all’uscita dalle urne.

Nel 2022, la divisione di classe si conferma e si fa più netta: il PD raggiunge il 22,1% tra le fasce benestanti, contro solo il 9,3% tra quelle in difficoltà economica (il M5S diventa il primo partito tra queste ultime); tra i laureati sfiora il 25%, ben al di sopra della sua media nazionale. Per quanto riguarda la proiezione per il 2027, il PD registrerebbe un aumento proporzionale al livello di reddito e di istruzione (intorno al 26-27% nelle fasce benestanti e con istruzione superiore), mentre il M5S mantiene una base molto più marcata tra le fasce vulnerabili (circa il 18,5% nella fascia di reddito più bassa) — un quadro che riprende esattamente la logica dei voti del 2018 e del 2022. Per Fratelli d’Italia, la frattura socioeconomica è ancora più marcata, al punto che, come rileva il sito Fanpage nel gennaio 2026, « se votassero solo gli italiani più poveri, Giorgia Meloni governerebbe con una maggioranza schiacciante, indipendentemente dal sistema elettorale».

Walking Dead?

Lo scenario per il 2027 si preannuncia come un brutto remake del 2022, « un’opposizione popolata da comparse sfuggite dal set di una serie di Walking Dead». Unico cambiamento degno di nota rispetto al 2022: l’opposizione a Giorgia Meloni intende presentarsi unita, in un’unica coalizione, il «campo largo» più ampio possibile, arrivando a includere il «demolitore» Matteo Renzi e il suo «Italia viva», sempre più spettrale. Questa alleanza incontra ostacoli che non derivano da un problema di calendario elettorale o da rivalità personali tra Elly Schlein e Giuseppe Conte, come sottolinea ampiamente la stampa nazionale, ma da una complicità strutturale di questi partiti. Infatti, tutti, a un certo punto, non solo hanno sostenuto, ma hanno attivamente approvato e attuato politiche neoliberiste, austeritarie e repressive.

È proprio questa deriva, imposta senza tregua da queste stesse direzioni, che ha impoverito la società sul piano politico e culturale, dissolto poco a poco la coscienza di classe — un disgregamento che si è aggravato a ogni nuova sconfitta inflitta alle classi popolari — e alimentato ciò che Wendy Brown definisce il risentimento di classe. A ciò si aggiunge la pusillanimità di AVS (Alleanza Verdi e Sinistra, la componente più a sinistra della coalizione, nata nel 2022 dall’avvicinamento tra Europa Verde e Sinistra Italiana), che vede e comprende meglio di chiunque altro le dinamiche in atto — proprio perché ne subisce gli effetti dalla sua posizione minoritaria — ma sceglie comunque di non scegliere.

Il «campo largo» che Schlein difende come unica opzione praticabile di fronte alla coalizione di Meloni non suscita né entusiasmo né slancio. Come potrebbe essere altrimenti in un paese in cui, in 15 anni (2020-2025), la quota di ricchezza netta totale detenuta dal 10% delle famiglie italiane più ricche è passata dal 52,1% al 59,9% — ovvero un balzo di quasi 8 punti; dove le persone in condizioni di povertà assoluta sono passate in dieci anni da 4,1 milioni nel 2014 a 5,7 milioni nel 2024; dove il numero di famiglie povere è passato, nello stesso periodo, da 1,55 a 2,22 milioni; dove il tasso di occupazione rimane il più basso d’Europa e la disoccupazione giovanile supera il 18%.

Perché è proprio questo il nocciolo della questione: la situazione sociale richiederebbe come minimo un «programma riformista » paragonabile a quello portato avanti dal NFP in Francia nel 2024 — che affronti le rendite e i profitti, stabilizzi l’occupazione e i salari, garantisca i diritti civili, i diritti sociali e le libertà pubbliche, rompa con la corsa al riarmo —, l’opposizione istituzionale risponde con un programma dai contorni vaghi o, peggio ancora, facendo, come Giuseppe Conte, evidenti strizzatine d’occhio all’estrema destra.

È il caso della lettera pubblicata di recente da la Repubblica, in cui attacca il «wokismo», che definisce una «sorta di religione morale autoreferenziale», su cui sarebbe impossibile costruire la lotta. Una dichiarazione tanto più scioccante se si considera l’Italia di Meloni, dove il rifiuto del «woke» si è tradotto in misure concrete (programmi scolastici che proclamano che solo l’Occidente ha una storia, restrizioni all’educazione sessuale e alla cosiddetta «cultura di genere»).

Un rifiuto che oggi si traduce soprattutto in omofobia, razzismo e sessismo, ormai rivendicati senza complessi da formazioni come quella di Vannacci, che in definitiva non è altro che il volto grottesco delle culture e delle politiche portate avanti da anni dalla Lega o da Fratelli d’Italia. Confondendo consapevolmente le rivendicazioni dei movimenti antirazzisti ed emancipatori con l’uso che ne hanno fatto le élite — captate, distaccate dai diritti sociali e ridotte a semplici oggetti pubblicitari —, Conte si allinea, consapevolmente o meno, alle ossessioni dell’estrema destra[17]. In questo, rimane in linea con il M5S sin dai suoi esordi e non sembra aver compreso appieno il fallimento di Sahra Wagenknecht in Germania, il cui partito (BSW) aveva tentato la stessa strategia — associare un programma sociale a una linea più dura sull’immigrazione e al rifiuto del «wokismo» per sedurre un elettorato popolare attratto dall’estrema destra — prima di fallire, nel febbraio 2025, nel superare la soglia del 5% necessaria per entrare nel Bundestag.

Un’altra visione del futuro

Lo storico delle idee politiche Anton Jäger ha pubblicato in tedesco, nel 2023, un breve saggio intitolato Hyperpolitik. Extreme Politisierung ohne politische Folgen. Jäger vi descrive una profonda trasformazione della cultura politica contemporanea: una politicizzazione estrema, ma priva di conseguenze politiche durature. Sulla base di dati concreti — ricorda che le mobilitazioni americane del 2020 hanno radunato fino a a venti milioni di manifestanti, un livello senza precedenti dagli anni ’60 —, dimostra che il spettacolare aumento del numero di mobilitazioni sia in Europa che negli Stati Uniti, negli ultimi dieci o quindici anni, è paradossalmente accompagnato dal crollo delle strutture che dovrebbero organizzarle. Movimenti che condividono una stessa caratteristica: sono di breve durata e non riescono a dotarsi di un’organizzazione duratura, a «imporre una vera disciplina ai propri aderenti».

Dal punto di vista italiano, questa descrizione della fase politica apertasi dopo gli anni di antipolitica incarnati dal Movimento 5 Stelle e dai Vaffa… di una moltitudine riunita attorno a Beppe Grillo appare particolarmente pertinente. Le manifestazioni di massa che hanno travolto la penisola per denunciare il genocidio a Gaza ne offrono un esempio lampante: una politicizzazione dell’affettività, un’emozione diventata movimento, ma che non si è data alcuno sbocco organizzativo né politico duraturo.

Di fronte alle vittorie elettorali dell’estrema destra — l’ultima, spettacolare, in Sassonia-Anhalt, dove l’AfD ha raccolto il 43,8% dei voti all’inizio di settembre 2026, diventando la prima forza del Land, una prima volta per l’estrema destra tedesca dal 1945 —, di fronte alla normalizzazione della sua retorica politica e alla sua presenza sempre più visibile, persino nei villaggi, con le violenze che vi perpetra, si fa sentire sempre più forte l’urgenza di costruire un fronte che difenda i diritti e le libertà democratiche conquistati a caro prezzo.

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L’Italia non ne è esente: il comizio di lancio di «Futuro nazionale», tenutosi a Verona nell’aprile 2026, si è concluso con l’aggressione di militanti antifascisti e di rappresentanti di associazioni LGBTQ+ sotto lo sguardo impassibile delle forze dell’ ordine, mentre la sua stessa legalità, alla luce della XII disposizione transitoria della Costituzione che vieta la ricostituzione in qualsiasi forma del partito fascista sciolto — e della legge Scelba che ne precisa l’applicazione penale —, è oggi oggetto di un’indagine da parte della giustizia militare, a seguito della denuncia presentata da un sindacato dei militari contro Vannacci e due dei suoi dirigenti.

Questa unità non può ridursi ad accordi elettorali tra strutture che si stanno svuotando dei propri aderenti: deve costruirsi dal basso, nelle strade, nei quartieri, nelle associazioni, nei luoghi di lavoro, nei sindacati, nei movimenti femministi, antirazzisti, ambientalisti — in una rete territoriale all’altezza delle urgenze del presente e delle aspettative di una popolazione precaria in cerca di soluzioni.

È proprio questo tipo di rete che hanno messo in luce, proprio in Italia, le mobilitazioni per Gaza dell’autunno 2025: lanciate dai sindacati di base (USB, CUB, SGB, ADL, USI) prima che la CGIL, sotto la pressione della propria base — ostile al suo iniziale attendismo —, vi aderisse a sua volta; esse hanno portato al blocco di carichi di armi da parte dei lavoratori portuali di Genova, La Spezia, Trieste, Venezia, Livorno e Taranto, nonché all’occupazione di stazioni ferroviarie e università in oltre settantacinque città, prima di riunire, il 3 ottobre, diverse centinaia di migliaia di persone secondo le stime ufficiali — fino a due milioni secondo gli organizzatori.

Questo fronte non può limitarsi alla resistenza dettata dallo spirito del tempo: deve portare avanti un’altra visione del futuro, come sembra indicare, negli Stati Uniti, la vittoria di Zohran Mamdani alle elezioni per la carica di sindaco di New York, sostenuto dai Democratic Socialists of America. In Italia come altrove, il 2027 si preannuncia come l’anno dei pericoli; e se le elezioni non determinano da sole il futuro, preparano il terreno per le battaglie che seguiranno. Manca cinque minuti a mezzanotte. Il tempo stringe.

Note

[1] Nicola Tranfaglia, Vent’anni con Berlusconi (1993-2013). L’estinzione della sinistra, Garzanti, 2009, p. 41.

[2] Ezio Mauro, «La destra realizzata», la Repubblica, 3 giugno 2018; Marco Travaglio, «Senza parole», il Fatto Quotidiano, 5 giugno 2018; Claudio Tito, «L’alleanza giallo-verde e la nuova destra al potere», la Repubblica, 31 maggio 2018.

[3] Stefanie Prezioso, «Una controrivoluzione strisciante», AOC, 19 settembre 2022.

[4] Piero Ignazi, «Partiti statocentrici e autoreferenziali», in Fabrizio Barca, Piero Ignazi, Il triangolo rotto. Partiti, società e Stato, Laterza, 2013.

[5] Giorgio Gaber, «Qualcuno era comunista», in Il teatro canzone, 1992.

[6] Daniel Bensaid, «Sul ritorno della questione politico-strategica», Critique communiste, n. 179, marzo 2006. – Giorgio Gaber, «Qualcuno era comunista». – Loris Campetti, Ma come fanno gli operai. Precarietà, solitudine, sfruttamento. Reportage da una classe fantasma, Manni, 2018. – Francesco Merlo, «Troppo finta per essere sinistra», la Repubblica, 28 giugno 2017.

[7] Istat, La fiducia nelle istituzioni del Paese – Anno 2024, ottobre 2025.

[8] Demos, «Rapporto gli Italiani e lo Stato», gennaio 2024.

[9] Peter Mair, « Ruling the Void ? The Hollowing of Western Democracy », New Left Review, n. 42, 2006, p. 48.

[10] Antonella Seddone, Fulvio Venturino, « The Partito Democratico after the 2013 elections: all change? », Journal of Modern Italian Studies, n. 20, 2015, p. 481. – Discorso di Pier Luigi Bersani all’Assemblea nazionale del Partito Democratico, 11 maggio 2013; Marco Revelli, Dentro e contro. Quando il populismo è di governo, Bari, Laterza, 2015, p. 44.

[11] Centro italiano studi elettorali (CISE), Primarie PD 2017. Tutti i numeri della partecipazione e del voto, 30 aprile 2017. – Marco Revelli, Dentro e contro, p. 56. – Fiorenza Sarzanini, « De Benedetti e l’acquisto delle azioni delle Popolari dopo la telefonata a Renzi », Corriere della Sera, 17 dicembre 2018. – Mauro Calise, Fuorigioco. La sinistra contro i suoi leader, Bari, Laterza, 2013.

[12] «Renzi: Innovazione e uguaglianza. La mia idea di destra e sinistra nell’Europa della crisi», la Repubblica, 23 febbraio 2014. – «Il testo integrale di Matteo Renzi al Senato», L’Espresso, 24 febbraio 2014. – Lizzie Davis, «Il nuovo primo ministro italiano: Renzi è un giovane Blair, Berlusconi o il Fonz?», The Guardian, 14 febbraio 2014. – Luigi Pandolfi, «Alla Leopolda nasce la “nuova” destra italiana», huffingtonpost.it, 30 ottobre 2014.

[13] Francesco Marchianò, «Autopsia della zona rossa», Strisciarossa, 28 giugno 2018. – Italo Calvino, «Un re inascoltato», in Id., Sotto il sole giaguaro, Milano, Mondadori, 1995.

[14] J.P. Morgan, «The Euro area adjustment: about half way there», Europe Economic Research, 28 maggio 2013. – La Repubblica, 6 dicembre 2016.

[15] Lucio Formigoni, Mattia Forni, «Elezioni politiche 2018: analisi del voto», 6 marzo 2018; Ipsos, Elezioni politiche 2022 — Le analisi Ipsos post voto, ottobre 2022.

[16] Loris Campetti, Ma come fanno gli operai. – Marco Maraffi, « Le basi sociali del voto », in Itanes [Italian National Elections Study], Vox Populi. Il voto ad alta voce del 2018, Bologna, Il Mulino, 2018.

[17] Olúfẹ́mi O. Táíwò, L’élite cannibale. Come i potenti si sono appropriati delle lotte identitarie e di tutto il resto, Lux, 2023.

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Autrice: Stéfanie Prezioso è una Storica, docente all’Università di Losanna.

Fonte: AOCMedia


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