Al contrario, costituisce un’istantanea ricca di semantica, capace di catturare, come un cartone animato, le strutture e le contraddizioni dell’immaginario socio-politico moderno. Una prima lettura superficiale tenderebbe a interpretare questo primo intervento ministeriale come una misura di sicurezza e di protezione della società, nel suo complesso, contro un “nemico esterno”.
Tuttavia, sotto la superficie di questa invocazione della difesa nazionale, viene cancellato un substress più profondo: l’utilizzo strategico della paura della ricostruzione del potere politico, che, invece di servire la società, impiega la retorica del pericolo, per legittimare la sua incapacità di gestire le sue stalle interne.
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In sostanza, l’invocazione della Russia come minaccia assoluta è inscritta in un modello senza tempo di diversione politica. Come nel caso delle epoche precedenti, così oggi, la scoperta di un “altro” esterno, un altro sinistro, funziona come un rifugio psicologico, come un quadro interpretativo che sposta l’attenzione sociale dai problemi endogeni dello Stato (disuguaglianze sociali, disfunzioni istituzionali, inazione politica) a un pericolo “oggettivo”.
Questa politica si basa su tre assi fondamentali:
♦ Crea un nemico simbolico, che permette la costruzione di un fronte di coesione. Quando i difetti interni di una società si approfondiscono – a causa di difficoltà economiche, delegittimazione politica o fatica morale – l’invenzione di un nemico comune riunisce il corpo della nazione, non necessariamente intorno alla verità, ma intorno alla paura. Pertanto, il dibattito pubblico è disorientante e la necessità di responsabilità politica è aggirata.
♦ La minaccia della guerra funziona come un meccanismo di applicazione psicologica. Anche quando il potenziale intento ostile è dubbioso o inesistente, la sua invocazione attira il trauma collettivo dell’estinzione. La paura non ha bisogno di una base realistica per essere funzionale, purché attivi le insicurezze mentali di una popolazione già vulnerabile. In un tale contesto, il potere politico viene riportato in primo piano, non come una forza di soluzione, ma come unico garante di sopravvivenza.
♦ Nell’immaginario collettivo, la costruzione politica della minaccia si basa su una crescente incapacità delle società di elaborare criticamente il discorso pubblico. La possibilità di una valutazione razionale delle politiche esistenti è limitata ai piccoli gruppi di cittadini. Per la stragrande maggioranza, la preoccupazione principale rimane la sopravvivenza e il benessere quotidiano. Così, i cittadini spesso interiorizzano la retorica della paura e accettano la necessità anche delle decisioni più contraddittorie, poiché offrono loro – anche se temporaneamente – un senso di sicurezza.
L’utilizzo della paura
Questo circolo vizioso genera una logica difensiva, in cui i cittadini cercano salvatori, ovvero figure personificate di redenzione. L’immaginario politico si riempie di “messia” desiderosi di gestire la crisi in modo spettacolare, ma non necessariamente efficace. Il desiderio di ordine e di dare un senso al caos, per quanto artificiale, porta ad un’accettazione passiva dell’assurdo.
L’attuale situazione sociale ricorda più un palcoscenico teatrale, dove la paura è il regista principale. La coscienza sociale, frammentata e psicologicamente provata, diventa vulnerabile a narrazioni che non cercano la verità, ma il sollievo. Il discorso politico, invece di illuminare, confonde; invece di guarire, aggrava la ferita.
E lì, in mezzo a questa oscurità, emerge il pericolo del falsomessianismo: la cieca speranza che qualcun altro salverà ciò che noi non siamo in grado o non vogliamo gestire da soli. La libertà autentica non presuppone solo l’assenza di paura, ma la sua comprensione. E solo quando le società inizieranno a disegnare se stesse con lucidità e occhio critico, potranno rompere il circolo vizioso della manipolazione politica.
Autore: Stefanos Avakian è professore all’Università di Brighton nel Regno Unito. Insegna teoria organizzativa e gestione delle risorse umane. Ha conseguito il dottorato di ricerca presso l’Università di Durham nel campo della consulenza aziendale.
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