Gli economisti classici hanno sviluppato la teoria del valore-lavoro per isolare la rendita economica, definita come l’eccedenza del prezzo di mercato e del reddito rispetto al costo socialmente necessario della produzione (valore in ultima analisi riducibile al costo del lavoro). Un mercato libero era un mercato privo di tali redditi “non guadagnati”, un mercato in cui i prezzi riflettevano i costi effettivi di produzione o, nel caso dei servizi pubblici e delle infrastrutture di base, erano sovvenzionati al fine di rendere le economie più competitive. La maggior parte dei riformatori sollecitava e si aspettava che la terra, i monopoli e i privilegi bancari fossero nazionalizzati o, almeno, che i loro redditi gratuiti fossero tassati.
In linea con la sua visione materialistica della storia, Marx si aspettava che l’attività bancaria fosse subordinata alle esigenze del capitalismo industriale. Gli investimenti azionari, seguiti dalla proprietà pubblica dei mezzi di produzione sotto il socialismo, sembravano destinati a sostituire il “capitale usuraio” che risaliva all’antichità e al feudalesimo: debiti che si accumulavano con interessi composti superiori ai mezzi di pagamento, culminando in crisi caratterizzate da corse agli sportelli bancari e pignoramenti immobiliari. Ma, come si è poi scoperto, gli interessi dei rentier hanno messo in atto un contro-illuminismo per minare le riforme che promettevano di liberare la società dai privilegi speciali.
Invece di promuovere gli investimenti di capitale in alleanza con l’industria e il governo, i pianificatori finanziari hanno sponsorizzato una parodia del libero mercato. Rendendosi conto che il reddito non tassato è libero di essere capitalizzato, acquistato e venduto a credito e pagato sotto forma di interessi, i banchieri hanno formato un’alleanza tra finanza, assicurazioni e immobiliare (FIRE) per liberare dalla tassazione la rendita fondiaria e la rendita di monopolio (così come i guadagni di “capitale” ottenuti grazie al debito).
Il risultato è che l’economia odierna è gravata da proprietà e crediti finanziari che Marx e altri critici consideravano “fittizi”: una proliferazione di costi finanziari sotto forma di interessi e dividendi, commissioni e provvigioni, stipendi esorbitanti per i dirigenti, bonus e stock option, e plusvalenze “di capitale” (principalmente plusvalenze immobiliari ottenute grazie al debito). E per coronare il tutto, sono state inventate nuove modalità finanziarie di sfruttamento del lavoro, guidate dal capitalismo dei fondi pensione e dalla privatizzazione della previdenza sociale. Con il passaggio della pianificazione economica dal governo al settore finanziario, l’alternativa alla regolamentazione pubblica dei prezzi e alla tassazione progressiva è la schiavitù per debiti.
Autore: Michael Hudson è presidente dell’Institute for the Study of Long-Term Economic Trends (ISLET), analista finanziario di Wall Street, professore emerito di economia presso l’Università del Missouri, Kansas City, e autore di The Bubble and Beyond (2012), Super-Imperialism: The Economic Strategy of American Empire (1968 e 2003), Trade, Development and Foreign Debt (1992 e 2009) e The Myth of Aid (1971). ISLET svolge attività di ricerca in materia di finanza nazionale e internazionale, reddito nazionale e contabilità di bilancio con riferimento al settore immobiliare, nonché storia economica dell’antico Vicino Oriente.